30 settembre 2009

Le memorie di Adriano


Ne ha fatta strada "Ascenzietto", il figlio del custode dei Parioli. Adriano Panatta è il simbolo del tennis italiano, il più forte giocatore tricolore di tutti i tempi, capace di trionfare tanto al Roland Garros quanto in Coppa Davis. L'ex tennista, passato anche in politica racconta aneddoti e curiosità della sua storia con la racchetta in un'autobiografia dal titolo ironico e puntuale come le sue temibili volée alte di rovescio, appunto: "Più diritti che rovesci". L'epopea dell'Adriano nazionale viene raccontata anche ne "La maglietta rossa", un documentario di Mimmo Calopresti, che verrà presentato al Festival Internazionale del Film di Roma il 22 ottobre.

Sinossi
Panatta racconta che per la finale di Coppa Davis tra Italia e Cile, nel 1976, Adriano Panatta indossò una maglietta rossa, e convinse il suo compagno Paolo Bertolucci a fare altrettanto. Nel Cile del generale Pinochet il gesto aveva un suo significato. Più provocatorio che politico, forse. Il regista Mimmo Calopresti torna al documentario, filmando lo stesso Panatta mentre racconta i due mesi che precedettero la sua consacrazione nell'Olimpo del tennis mondiale e l'incontro giocato con la maglietta rossa, ripreso in Super8 dagli italiani presenti. Le parole del tennista e le immagini di repertorio sulle manifestazioni e i dibattiti che in quel periodo affollarono la radio, la tv, e i giornali ricostruiscono il clima culturale e politico di quell'Italia che mise in discussione la retorica nazionalista e qualunquista dello sport.

29 settembre 2009

Quello che Brunetta dice. Prosperini for president


Vittorie a Mafiopoli


Per comprendere la cifra culturale del paese in cui viviamo. Due notizie allietano le nostre cronache. Il Presidente dell’Akragas, una squadra di calcio di Agrigento, ha dedicato la vittoria in campionato a Nicola Ribisi, rampollo di una famiglia mafiosa, arrestato dieci giorni fa. "La dedica mi è stata chiesta da tutta la società, giocatori e tecnici. Noi non entriamo nel merito se sia un boss o meno. Aspettiamo le sentenze definitive". Si è giusitificato il presidente. E ha pure chiesto scusa, forse sorpreso dal clamore delle sue affermazioni. "Chiedo scusa non volevo inneggiare alla mafia". Gioacchino Sferrazza, il presidente dell’Akragas calcio che domenica scorsa aveva dedicato la vittoria al presunto boss mafioso di Palma di Montechiaro Nicola Ribisi ha fatto marcia indietro anche se ha ribadito la sua "amicizia con Nicola Ribisi". Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma.


A Napoli, per protestare contro le nuove assunzioni, un gruppo di lavoratori precari dei consorzi di bacino hanno effettuato a Napoli un presidio presso la sede della struttura commissariale di governo per l’emergenza rifiuti. Hanno esposto uno striscione provocatorio: "W i Casalesi". Con l’ingresso nel mercato dei rifiuti di aziende private, si favorirebbero secondo i sindacati delle aziende legate alla criminalità organizzata. Senza parole.

27 settembre 2009

Per la guerra perpetua


E se scoppiasse un altro conflitto bellico nel Golfo Persico? Pare che i riservisti israeliani siano stati precettati. Le simulazioni si susseguono. Negli ambienti militari l'opzione militare nei confronti di Teheran non è stata mai un mistero. Ovviamente gli ayatollah farebbero da paravento e l'approvvigionamento nucleare rappresenterebbe un usbergo ideologico, anche in tempi in cui la teoria della guerra preventiva non gode di tantissima credibilità.

Intanto su Internet si possono facilmente trovare piani d'azione e strategie d'attacco nel breve termine. Quello che è certo è che l’Iran eroga 80 miliardi di metri cubi di gas all’anno sul mercato mondiale, il 3% del totale delle esportazioni mondiali di gas, ed è considerato il sesto Paese fonte di gas al mondo. Si trova in una zona nevralgica a livello geopolitico, in un istmo da dove passa il 25% delle esportazioni petrolifere, in una zona costellata di basi americani, dunque soggetta alle sfere d'influenza statunitensi. Il linguaggio della diplomazia, l'ipotesi di sanzioni, i fantasmi di Ahmadinejad. Film già visti, il blitz sembra pronto. Prepariamoci a nuove ondate di civili trucidati, in nome di retoriche consolatorie e unidirezionali da azionare.

26 settembre 2009

Ma se non è un Santo, perché è l'Unto del Signore?


Non sorprenda il rapporto molto stretto tra la Chiesa Cattolica e Silvio Berlusconi. Nonostante la vita dissipata del premier, le scosse di assestamento, e le voci di complotti della finanza bianca, la Chiesa continua a ritenere affidabile il Cavaliere, come interlocutore, più dei suoi competitors politici. E non perché Silvio sia un teocon.

Finanziamenti alle scuole private, biotestamento, ora di religione, otto per mille hanno sedimentato questo rapporto nel quindicennio berlusconiano. Il gran ciambellano Gianni Letta è il mediatore e il garante al tempo stesso delle istanze delle alte sfere vaticane presso il Governo.

E' illuminante leggere in proposito L'Unto del Signore, inchiesta del giornalista Ferruccio Pinotti e Udo Gumpel, pubblicata da Bur che indaga sull'intreccio perverso tra la finanza vaticana e l'entourage del Presidente del Consiglio, accendendo un faro sul riciclaggio, le vicende a dir poco losche che hanno accompagnato la nascita di Forza Italia, le transazioni finanziarie di Opus Dei e Comunione e Liberazione. Una storia oscura su cui gli autori fanno luce partendo dalle operazioni della Banca Rasini e dal crac di Michele Sindona.

Francesco Cossiga spiega con realpolitik: «Alla Chiesa cattolica - ha detto intervistato dagli autori - che uno vada in chiesa o meno non importa molto: se devo fare un contratto, una società, come amico mi scelgo uno che abbia le mie stesse idee religiose, ma se questo cristiano non capisce nulla di finanza e dall'altra parte c' è un massone che capisce di finanza, con chi crede che faccia la società? La Chiesa guarda al concreto». Berlusconi è cristiano e pure massone (tessera 1816 della P2).

24 settembre 2009

Stigmate, showgirls e mafia. L’Italia di Berlusconi in un villaggio del Sud


di Danilo Chirico e Antonello Mangano

Uno spettacolo con una showgirl da calendario, i famosi (e divorziati) Albano e Gigi D’Alessio ed alcune stelle di Mediaset si è tenuto a Paravati, un piccolo paese nel cuore della Calabria, alla fine di agosto. Tutti insieme per celebrare il compleanno di una mistica nota per i suoi incontri con la Madonna, i contatti con l’aldilà e le stigmate. Ma anche per raccogliere ulteriori fondi - secondo la “volontà” della madre di Dio - per una grande struttura religiosa, parzialmente bruciata dalla mafia durante un attentato di appena un anno fa e adesso del tutto dimenticato. La Chiesa sembra tacere. La lotta alla ‘ndrangheta, ormai la prima mafia italiana, non fa parte di questo contesto fatto di credulità popolare e spettacoli di massa. E’ il profondo Sud, ma anche probabilmente una perfetta sintesi dell'Italia di Berlusconi

“Come vi accolgo in questa casa brutta?”, dice la contadina calabrese Natuzza Evolo. “Un giorno mi costruirai una grande Chiesa”, risponde la Vergine Santa. Questa storia inizia sessantacinque anni fa, con la prima apparizione della Madonna. E’ ormai una leggenda raccontata mille volte a Paravati, poco più di un villaggio nel cuore della Calabria. Nel 2002 il primo mattone di un grande cantiere, secondo la sacra volontà, ed una pluriennale raccolta fondi. Alla fine dello scorso agosto arrivano a Paravati una soubrette da calendario senza veli e due cantanti nazional-popolari, entrambi divorziati, insieme ad altre “star” di Rai e Mediaset, tutti chiamati a festeggiare gli ottantacinque anni della mistica Natuzza ed a raccogliere ulteriore denaro. Ma il cantiere, appena un anno fa, aveva subito un grave attentato, cui non è seguita alcuna presa di posizione contro il racket, facile ipotesi in questa terra di ‘ndrangheta. Una storia italiana: nord e sud, mafia e star della tv, cantanti divorziati e omertà, soubrette dalla morale equivoca e santone con le stigmate che predicano contro la decadenza dei costumi.

“Uno spettacolo per te”
Natuzza è apparsa solo in video. Poche parole, pronunciate con voce rotta dalla sofferenza dei suoi anni portati con tanti acciacchi, per chiedere ai diecimila spettatori del maxishow organizzato in suo onore di contribuire alla realizzazione del sogno di una vita: costruire un santuario nella spianata di Paravati, e la Villa della Gioia, una struttura per accogliere ed assistere i malati terminali. Gli spettatori un contributo l’hanno già dato: venti euro per partecipare, cinque euro in più per un posto a sedere.

Una macchina gigantesca di spettacolo e misticismo messa in moto per festeggiare il compleanno della donna di Paravati: uno “Show for you” elefantiaco e pieno di suggestioni che ben racconta l’Italia di oggi (è per questo, forse, che anche le telecamere della Rai hanno ripreso integralmente lo spettacolo, ritrasmesso in differita). Comici e imitatori del “Bagaglino”, cantanti e ballerini scoperti dai talent show di Mediaset, attori di fiction tv di bassa qualità e belle presentatrici, una delle quali – Luisa Corna – nota per il solito sexy calendario.

Poi due star d’eccezione, a cantare e battersi il petto di fronte a Natuzza Evolo. Albano, cantante dallo straordinario timbro canoro già in auge negli anni 60. Noto per il suo lungo matrimonio con Romina Power (la figlia dell’attore hollywoodiano Tyrone Power), per una figlia scomparsa negli Stati Uniti e mai più tornata, per le volgarissime liti televisive con la sua ex compagna Loredana Lecciso e per le sue simpatie berlusconiane, il cantante ha omaggiato Natuzza Evolo con una intensa versione dell’Ave Maria di Schubert. E c’è l’idolo delle teenager (e delle mamme) Gigi D’Alessio che, dopo avere mandato alle ortiche il suo primo matrimonio, vive con Anna Tatangelo, avvenente cantante venti anni più giovane di lui. A D’Alessio anche l’onore poche ore prima dello show di un incontro privato - paragonato con quello avuto con Papa Wojtyla - con Natuzza, “una donna il cui sguardo vale più di mille parole”.

La gente si commuove, la costruzione della Villa della Gioia è un po’ più vicina, arrivano gli applausi per “Show for you” e per la “Fondazione Cuore Immacolato di Maria - Rifugio delle Anime”, il nome dell’entità voluta da Natuzza. L’inglese anni 80, molto berlusconiano, si intreccia al linguaggio da dopoguerra Dc. Una sintesi imprevedibile che potremmo definire l’Italia di Berlusconi e della sua sorprendente capacità di farsi paladino della famiglia nonostante un divorzio alle spalle, un altro in corso, una vita dissoluta divenuta di dominio pubblico. E’ la morale cattolica del peccato e del pentimento: la colpa si cancella con facilità. E’ anche un’Italia che sembrava scomparsa ma che invece è vivissima: miracoli, credulità popolare e mafia.

Arriviamo a Paravati, frazione di Mileto, venti minuti d’auto dalla Piana di Gioia Tauro, altrettanti dalla splendida costa di Tropea: poche case sparse, facciate di mattoni senza intonaco, solette catramate, pilastri col ferro sporgente. Natuzza è il diminutivo di Fortunata. La donna nasce nel ’24, a vent’anni si sposa, avrà cinque figli. Non andrà mai a a scuola, non sa né leggere né scrivere. Fin da piccola sostiene di parlare con l’angelo custode, poi Gesù, la Madonna, altri santi. La sua fama si espande rapidamente. Ogni anno, nel periodo di Pasqua, compare sulla sua schiena una croce di sangue. Riceveva - finché la salute lo ha permesso - un continuo pellegrinaggio di gente da tutto il mondo, alla ricerca della guarigione da mali senza rimedio o di un contatto coi parenti morti: come stanno, sono in purgatorio, cosa provano? Intervistata dalla Rai, alla prevedibile domanda sui mali della Calabria, risponde citando le parole della Madonna, secondo cui il male sono le nuove generazioni “sull’orlo del baratro”. Un’idea piuttosto generica, in una terra dove i problemi hanno nomi e cognomi.

Volgere il male al bene
Sono le tre di notte. Alcuni uomini entrano nel cantiere, cospargono tutto di benzina, lanciano due molotov contro una pala cingolata gravemente danneggiata, ed un escavatore, completamente distrutto. E’ la fine di aprile dello scorso anno. L’attentato ai mezzi di cantiere è un fatto consueto da queste parti, ma l’obiettivo, questa volta, è il centro multifunzionale della “Cuore Immacolato di Maria”. La ditta impegnata nei lavori è la “Zinzi” di Catanzaro, il capoluogo di regione distante circa 80 chilometri. Esattamente dodici mesi prima, una bottiglia con benzina e quattro cartucce erano state trovate nel cantiere da alcuni operai della stessa ditta.

“Le indagini non hanno portato a niente, purtroppo. E’ praticamente impossibile trovare prove”, ci dice il maresciallo maresciallo Di Lorenzo della compagnia dei carabinieri di Mileto. “L’impresa ha presentato denuncia contro ignoti. Quale ipotesi abbiamo formulato? Può essere qualunque cosa, ma da queste parti in prima istanza si pensa al racket delle estorsioni”. Nessun colpevole, quindi, e solo “Avvenire” dava rilievo nazionale alla notizia, riportando la reazione ufficiale delle vittime. “Il fatto è grave”, dice don Michele Gordiano, padre spirituale di Natuzza. “Ma noi cerchiamo di volgere il male al bene e andremo avanti”.

Paravati si trova nel cuore del “regno” dei Mancuso, definiti da Beppe Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia, come la “cosca finanziariamente più importante d’Europa”. Una famiglia che è riuscita ad imporre il terrore sul territorio con imprese criminali da leggenda. Nel 1983, Francesco Mancuso divenne sindaco di Limbadi (il loro piccolissimo paese, a pochi chilometri da Paravati) dopo essersi candidato da latitante. Nel 2008, Pantaleone (‘U zu Luni, lo zio) Mancuso veniva arrestato e subito scarcerato grazie ad una serie di ingegnosi cavilli trovati dai suoi legali, uno dei quali assessore, che nella veste istituzionale aveva discusso della costituzione di parte civile al processo “Dinasty”, da legale difendeva il boss.
Nel 2006, durante le riprese della fiction Rai “Gente di mare”, i Mancuso sarebbero riusciti a far ospitare attori e personale della troupe nei propri alberghi, inserendo anche alcuni amici tra le comparse. Un anno più tardi, mentre brindava ad una delle tante scarcerazioni del padre nella villa di famiglia a Limbadi, Emanuele Mancuso vide cinquanta carabinieri, uno squadrone di cacciatori, il nucleo elicotteri ed un paio di unità cinofile che interrompevano i festeggiamenti nel più spiacevole dei modi: esibendo un mandato d’arresto. Uno spiegamento di forze da zona di guerra per un rapinatore non ancora ventenne. Qualche giorno prima, infatti, il piccolo boss insieme a cinque amici era a Soriano Calabro a prelevare fuochi d’artificio direttamente in fabbrica, due quintali per un valore di 20 mila euro. Massacrarono di botte un dipendente, di fronte ad un esterefatto proprietario che non poteva credere che il rampollo dei Mancuso si mettesse a rapinarlo, magari si trattava uno che usava quel nome per fare paura, lo fanno in tanti. Ed invece era vero, una bravata per rallegrare il capodanno 2007.

Come i cani che fanno pipì
I Mancuso sono tra i diretti responsabili di una delle più grandi farse all’italiana, quella del rimodernamento dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria. Lavori progettati nel 1990 (Craxi presidente del consiglio, l’Italia tifava per Totò Schillaci), avviati sette anni dopo, infinite volte interrotti dalle inchieste della magistratura.

Si inizia con l’operazione Tamburo (2002), che riguarda il tratto da Castrovillari a Rogliano; si prosegue con l’operazione della Direzione Investigativa Antimafia contro la camorra (aprile 2005) per la realizzazione degli svincoli di Castellammare di Stabia e Scafati e dei caselli di Nocera Inferiore e Cava dei Tirreni; ancora l’operazione Arca (luglio 2007), chiusa esattamente due anni dopo con otto condanne e 44 assoluzioni per il pizzo tra gli svincoli di Mileto e Rosarno-Gioia Tauro. Nel febbraio 2009, l’operazione “Autostrada” riguardava ancora il tratto sotto l’egemonia del clan Mancuso (svincolo di Mileto), ed ancora qualche mese dopo – sempre per lo stesso tratto - un sequestro di beni della DIA di Catanzaro ai danni di una ditta di Soriano ritenuta di riferimento dei Mancuso. “Controllano le loro zone come i cani quando fanno pipì, e da lì non si passa”, dice il magistrato Nicola Gratteri.

Rifugio delle anime
La “Villa della gioia” comprende il centro “Ospiti della Speranza” ed il “Villaggio del conforto”, da cui parte il “Viale della misericordia” che porta - attraverso il “Viale della salvezza” - al centro “Recupero della speranza”. E la toponomastica sui generis della nuova Paravati, nelle intenzioni una piccola Lourdes nel Sud dell’Europa, così come una impedibile occasione per frenare l’emigrazione che in questi piccoli centri agricoli non si è mai arrestata e ritagliarsi una piccola fetta del business non disprezzabile del turismo religioso.

L’obiettivo di questo villaggio del dolore è quello di ospitare malati terminali e vittime di mali senza speranza, mentre in tutta la regione si piangono le vittime ordinarie della malasanità. Ad agosto, mentre si raccolgono i fondi per la Villa della Gioia, muoiono in sei negli ospedali calabresi - tra loro una bimba di otto anni – e vanno ad aggiungersi ad elenco interminabile che non ha prodotto campagne politiche per l’affermazione del diritto alla salute.

“Come molti mistici, Natuzza non vanta guarigioni miracolose ma si presenta solo come intermediaria tra gli uomini e Dio, il quale le parla tramite il suo angelo custode”, spiega nel suo rapporto il Cicap (“Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale”). “Ogni anno, moltissimi pellegrini si recano al suo paese per ottenere da lei verifica sulla bontà di diagnosi mediche e per chiedere consiglio su dove eventualmente andare a curarsi. Sì, perché la signora Natuzza, dietro suggerimento del suo angelo, verifica le diagnosi fatte in precedenza dai medici e invia i ‘pazienti’ pellegrini presso diverse città per la terapia”.

Supernatural

Natuzza non si discute, specie a casa sua. Dagli antropologi ai giornalisti, dai politici alla gente comune nessuno ne mette in dubbio le doti. Chiunque subisce il fascino di una donna che sicuramente sarà proclamata santa in tempi brevissimi. Una figura incensata, specie dalla stampa locale. Nel giugno 2008 riceve dal “Sindacato dei giornalisti calabresi” il premio “Affabulatore d’oro”, riconoscimento originale per chi non sa né leggere né scrivere. “Ma è una comunicatrice di verità”, rispondono gli organizzatori. “Affabulare vuol dire saper raccontare ed esporre in modo corretto e con la giusta modulazione”.

Ma le doti di Natuzza possono indurre a spiacevoli episodi presso il popolo, che dopo la tragedia d’Abruzzo inizia a spargere la voce di una terribile predizione. “Comunicato importante: Natuzza non ha mai predetto il futuro”, scrive la Fondazione in un messaggio ufficiale. “Ha sempre affermato che il futuro lo conosce solo Dio. Pertanto ogni riferimento a Natuzza circa la previsione di un eventuale terremoto in Calabria nei prossimi giorni di maggio 2009, è falso”. Il Cicap, come dicevamo, si è espresso con chiarezza sulla vicenda. “In quanto a spettacolarità, Natuzza batte di gran lunga il Santo Padre Pio. Le sue non sono ‘semplici’ stigmate ma, durante il sanguinamento che avviene nei giorni di quaresima, sono in grado di far comparire tracce di una vera e propria scrittura su un panno che vi sia eventualmente posto sopra. Inoltre, sulle sue ginocchia appaiono strane immagini e volti umani”.

L’analisi impietosa considera le visioni come fenomeni allucinatori, ed esprime dubbi sulle stigmate, la cui origine ed evoluzione non è stata mai documentata da osservatori terzi. La trance può essere spiegata come “uno stato di depersonalizzazione”. Tuttavia, la questione non può essere banalmente liquidata come una vicenda di ciarlatani e creduloni. Tutto ciò che accade a Paravati è vero, ma non potrebbe avvenire in un luogo con caratteristiche diverse. “Il caso Natuzza non è così incredibile come i media vogliono presentarlo”, dice Armando De Vincentiis, psicologo e coordinatore per la Puglia del Cicap. “Si tratta di un fatto culturalmente limitato e inquadrato in un contesto religioso ben preciso”.

Finale

A pochi chilometri da Paravati sorge il castello in cui fu fucilato Gioacchino Murat, maresciallo dell’Impero e re di Napoli, ucciso nel 1815 a Pizzo Calabro, in seguito alla caduta del cognato Napoleone. I francesi portavano le idee dell’illuminismo, le parole d’ordine della rivoluzione ed avevano confiscato i beni della Chiesa nel regno sottratto ai Borboni. Furono sconfitti, ma ancora oggi il diritto, la ragione e l’uguaglianza si contrappongono alla superstizione, al fatalismo, all’intercessione. Del politico o della Madonna.

(24 settembre 2009)

La mappa del potere e l'establishment all'italiana


L'establishment e la politica. Ecco la mappa del potere di Gianmaria Pica - Il Riformista
Potere e trasversalità. Le simpatie parlamentari (e non) di banchieri e manager che seggono ai posti di comando dell'economia italiana. Da Passera a Caltagirone.

Il dibattito pubblico sui rapporti tra il mondo politico e l'élite italiana di origine economica è sempre più accesso. Ma come la pensa davvero l'establishment economico e finanziario? Che idee politiche ha, come si organizza nei rapporti con Silvio Berlusconi e il centro destra? Vediamo. Partiamo dai grandi banchieri.

Corrado Passera. Il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo è sempre stato di base un uomo di centro sinistra. È cresciuto alla scuola di Carlo De benedetti, e poi di Giovanni Bazoli. In buoni rapporti con Romano Prodi e con i ragazzi dell'asse Prodi Bazoli Andreatta a partire da Enrico Letta, è un uomo disinibito: ha flirtato in passato con Antonio Di Pietro e con i no global. Oggi ha buoni rapporti con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. E molto meno buoni con il ministro dell’economia Giulio Tremonti che lo considera un avversario. In un’intervista all’ex direttore del Sole24Ore, Ferruccio de Bortoli, Passera spiegò che oggettivamente Berlusconi si sta comportando meglio di Prodi. Non ha votato alle ultime primarie del Partito democratico.

Alessandro Profumo, invece, sì. L'amministratore delegato di Unicredit è stato prodiano e adesso continua a guardare al centrosinistra. Alcuni mesi fa ha rilasciato un'intervista in cui paventava la nascita di un nuovo partito di centro: «Ho il terrore: sono un bipolarista convinto e considero quello americano il modello più solido e da imitare».

Giovanni Bazoli. Il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo è un uomo di centrosinistra. Viene da una famiglia di esponenti del Partito popolare e della Democrazia cristiana. Legato a papa Montini, cugino politico di Romano Prodi sotto il magistero di Beniamino Andreatta, è stato uno dei fondatori dell'Ulivo e quasi candidato alla presidenza del consiglio su spinta di Andreatta.

Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca. Leader del moderatismo bancario, cresciuto nella Roma democristiana e vaticana, è il più trasversale dei banchieri con rapporti che vanno da Massimo D'Alema a Valentino Parlato, da Gianni Letta fino a Giulio Tremonti. È in rapporti ottimi con Silvio Berlusconi, la cui figlia, Marina, siede nel consiglio di amministrazione di Mediobanca. Seppur con visioni politicamente differenti, Bazoli e Geronzi sono i contraenti del patto di stabilità su cui si regge il nostro sistema economico e finanziario: hanno gestito con una regia comune alcuni dossier delicati: da Rcs fino a Telecom.

Giuseppe Mussari
. Il capo del gruppo senese Monte dei Paschi è per forza di cose vicino al Partito democratico. La fondazione che controlla la sua banca è governata dai poteri pubblici locali che a Siena sono tutti nelle mani del Pd.

Massimo Ponzellini
. Presidente di Impregilo e della Banca popolare di Milano. Giovanni Pons su Repubblica ha scritto che «Ponzellini non è bipartisan, ma tripartisan o quadripartisan». Le sue amicizie vanno da Romano Prodi (il suo scopritore), a Pier Ferdinando Casini, da Salvatore Ligresti fino a Giulio Tremonti: il ministro che l’ha fortemente sostenuto nella corsa per la nomina alla presidenza Bpm.

Roberto Mazzotta. Ex presidente della Bpm. Cresciuto politicamente nella democrazia cristiana, nella corrente di Giovanni Marcora, ex ministro e leader milanese della Base. Mazzotta non è schierato con il centro destra. Ma non è antiberlusconiano. Dialoga con l’Udc, è molto legato a Bruno Tabacci.

Giuseppe Guzzetti
. Formazione democristiana di sinistra, il presidente dell’associazione delle fondazioni di origine bancaria Acri e capo della fondazione Cariplo ha un buon dialogo con il ministro dell’Economia. Guzzetti, insieme ad Angelo Benessia è azionista di peso Intesa Sanpaolo.

Angelo Benessia. Avvocato, in origine vicino agli ex ds, in buoni rapporti con Luciano Violante. È il sigillo all’intesa raggiunta tra i grandi elettori della compagnia (Chiamparino in testa) che hanno portato al ricambio nella fondazione prima azionista di Intesa Sanpaolo. Vuole più peso in Intesa, dialoga con Tremonti anche in funzione anti-Passera.

Ettore Gotti Tedeschi. È il nuovo presidente dello Ior al posto di Angelo Caloia. Editorialista economico dell’Osservatore Romano, cattolico-liberale, formazione McKinsey, per via di questa comune militanza buona amicizia con Passera e Profumo. In ottimi rapporti con il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti.

Mario Draghi
. Formazione metà americana (Mit) e metà romana (ha studiato all'istituto Massimiliano Massimo e fu Giulio Andreotti a scoprirlo). C’è chi vede nel governatore della Banca d’Italia il leader di un nuovo movimento centrista. Altri confidano in un governissimo da lui guidato. Per il momento la cosa sicura è che tra Draghi e Tremonti i rapporti sono freddini.


Paolo Scaroni
. Il più forte manager partecipato italiano. Il capo dell’Eni dialoga con il centrodestra, ma non solo. Sono buoni i suoi rapporti con il ministro Tremonti, ottimi quelli con Gianni Letta. Amicizia anche con il presidente del Consiglio Berlusconi: tra i pochi azionisti della società calcistica Ac Milan non appartenenti alla famiglia Berlusconi, troviamo proprio Scaroni (proprietario di 10 azioni, cedutegli personalmente da Silvio Berlusconi).


Fulvio Conti
. Il capo di Enel è uscito indenne dal passaggio del governo Prodi a quello Berlusconi. Uomo vicino al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola (i due hanno un buon dialogo sulla questione nucleare). Visioni differenti con il ministro dell’Economia.

Flavio Cattaneo. L’amministratore delegato dell’energetica Terna, oggi è l’uomo di riferimento di Tremonti. C’è chi dice che potrebbe ascendere ai vertici di qualcos'altro. Forse l'Enel.

Carlo De Benedetti. Ai tempi di Veltroni avrebbe voluto la tessera numero uno del Pd. In occasione delle primarie del 2007 disse: «Alla fine del 2005 auspicai che si andasse alla costituzione del Partito democratico e indicai anche in Veltroni uno dei leader che avrebbero potuto realizzarlo». Oggi, più freddo sul partito, ne resta l'editore di riferimento e vanta la leadership dell'antiberlusconismo.

Luca Montezemolo. Storia complessa la sua. Si conquista un ruolo pubblico nella successione al divisivo Antonio D'Amato sconfitto sulla campagna per l'articolo 18. La presidenza molto mediatica di Confindustria lo candida a un potenziale ruolo politico. Lui non è sceso in campo, ma presidia un'area con il think tank Italia futura. È in buoni rapporti con Passera, Casini e Gianfranco Fini.

Francesco Gaetano Caltagirone. Caltagirone è uno degli imprenditori più potenti d’Italia. vanta una liquidità stimata in tre miliardi di euro. Questo ne fa un uomo molto indipendente. Ha rapporti amicali con il centrodestra (da Tremonti allo stesso Berlusconi), nel centrosinistra è in buona con D'Alema ma anche con Prodi. È legato da un rapporto di parentela a Pier Ferdinando Casini che ha sposato sua figlia Azzurra. A Roma, dove è dominus, ha stretto una solida alleanza con il sindaco Gianni Alemanno.

23 settembre 2009

Il Fatto quotidiano


Gianni Letta è indagato da dieci mesi per il business dell’immigrazione. Nessuno però lo sa (o lo scrive). Lo ignora persino il magistrato che dovrà occuparsi di lui. E' lo scoop di Peter Gomez e Marco Lillo, con cui il quotidiano Il Fatto Quotidiano (pdf) ha sbancato le edicole in poche ore.

Il foglio di Padellaro e Travaglio, si avvale di firme prestigiose del girotondinismo da Furio Colombo a Oliviero Beha, a Fini, da Telese a Paolo Flores d'Arcais. Premieres plume non c'è che dire. La libertà di informazione e l'autonomia sono il marchio di fabbrica di questa nuova testata, nelle intenzioni del manipolo di giornalisti, ovvero la struttura agile che la compone.

Sarà in edicola sei giorni su sette. Il tintinnio si è sentito ancor prima di andare nelle rotative, con 30 mila abbonati (una rarità in tempi di asfissia editoriale), molti dei quali beneficeranno soltanto dell'edizione online. Il quotidiano mira a erodere copie alla Repubblica, l'Unità, vuole guadagnarsi una fetta di pubblico giovane e rappresentare la fucina di pensiero, il pensatoio di riferimento dell'Italia dei Valori, senza lesinare bacchettate a destra (soprattutto) e a manca.

Scorgendo le 20 pagine del primo numero. Si nota un'impaginazione che ricorda i giornali farncesi. I temi trattati, a parte l'antiberlusconismo tipico della gauche intellettuale, hanno il limite di una visione un po' troppo parziale e autoreferenziale. Giacobina direbbero i detrattori. Beninteso, non mancano gli spunti d'inchiesta e le stilettate verso il Pd (con l'intervista all'oggetto misterioso Ignazio Marino), l'inchiesta sulla Saras dei Moratti, le punture di spillo agli imprenditori progressisti (Della Valle e Montezemolo). In particolare è meritorio l'approfondimento sulla pellicola "Oil" di Massimiliano Mazzotta, girata in Sardegna, che descrive lo scempio ambientale, all'inquinamento e alle condizioni di lavoro alla Saras della famiglia Moratti, in Sardegna, dove di recente tre operai di una ditta appaltatrice hanno perso la vita. La Saras ha chiesto il sequestro del film.

Purtroppo nel "numero zero" del FQ non hanno trovato spazio i temi sociali. La visione d'insieme rischia di essere uno specchio deformante. Il giudizio, si capisce, dopo appena un'uscita è sospeso, anzi in progress, come amano dire i curatori del sito che ha lanciato il nuovo organo di stampa. Una risposta significativa la daranno i lettori, padroni dei destini di questa nuova avventura informativa.

22 settembre 2009

La mafia nella tana di Dio

Riflessi di Trenitalia (sul resto dell'Italia)


dal Blog di Oliviero Beha

Si chiama “Riflessi” il mensile patinato di Trenitalia. Suggerisco loro per il prossimo numero un tema squisitamente ferroviario e ferroviariamente squisito. Oggi un biglietto per un Eurostar da Roma a Napoli costa 45 euro (quarantacinque) in prima classe e 32 (trentadue) in seconda. Ci mette un’ora e trequarti perché è di penultima generazione, quindi scade un po’ in confronto all’Alta Velocità del “Freccia rossa”. Nel frattempo tutto il resto della rete ferroviaria lascia eufemisticamente a desiderare (cfr. il pendolariato dolente e gli intercity sporchi e antidiluviani). Per 45 euro (la seconda classe era strapiena come un carro bestiame) non hai né un giornale né una bibita, se non a pagamento. Nella toilette mancava l’acqua. Periodicamente Trenitalia si scusa un po’ dappertutto per il servizio di pulizia indecente, causa scioperi, contrattazioni in corso ecc.

Ebbene: 45 euro è un’enormità di fronte alla “generazione 1000 euro” spesso senz’arte né parte, alla crisi che deve ancora mordere i più deboli, e anche i 32 minimi sono sproporzionati e hanno “riflessi” su tutto il resto, a partire dal fatto che quindi si utilizzano oltremisura le automobili. Specie per un viaggiatore al plurale, costano meno malgrado tutto. Con il traffico, gli incidenti e i morti su strade e autostrade che sappiamo. Qualcuno sta ragionando sul fatto che la mobilità non è soltanto un prodotto ma anche un servizio? E la risposta sarebbe questa? Con i riflessi che vediamo nel resto, con le conseguenze che tutto ciò porta nella vita di un Paese? Non mi direte che le cose miglioreranno in questo senso con l’Alta Velocità, i treni fantascientifici rosso-ferrari di Montezemolo, Della Valle e c., nevvero? Magari questi imprenditori lungimiranti ci diranno che sono i migliori treni da 150 a questa parte: o no?

21 settembre 2009

Faceboom: 300 milioni di utenti e banner invasivi


Lo start up di Facebook sembra giunto all'epilogo. Il più grande social network in circolazione ha 300 milioni di utenti (erano 250 milioni a luglio: una crescita esponenziale) mensili di tutto il mondo, e fattore più importante per la creatura di Mark Zuckerberg, ha iniziato a fare utili prima del previsto. Le proiezioni iniziali si erano focalizzate sul 2010.

"Stiamo riuscendo a costruire Facebook in modo sostenibile. Abbiamo appena iniziato il nostro obiettivo di collegare tutti.
Il raggiungimento di queste soglie significa che "possiamo continuare a finanziare il nostro sviluppo e la nostra innovazione ed essere autosufficiente come cresciamo questa rete," Mike Schroepfer, vice-presidente Facebook di ingegneria, ha detto alla BBC News. "Se la società in grado di coprire il costo di scala a un miliardo di utenti e riescono ancora ad andare in pari, non c'è dubbio che la società avrà una grande opportunità per intascare in miliardi", ha aggiunto l'onorevole O'Neill.

Il cash flow può aumentare, producendo un controvalore di svariati milioni di euro ammettono, anche grazie a servizi innovativi come la chat vocale. "Come sempre di più il mondo diventa sempre sulla rete, le persone e gli inserzionisti realizzare il potere della condivisione delle informazioni, sia che si tratti di un film in anteprima o una macchina," ha detto Schroepfer. Glui utenti devono iniziare a prepararsi a invasioni di spamming, banner molesti, tendine invasive. In nome dei verdoni.

19 settembre 2009

La Madonna con Hitler e la deriva dell'Arte


La Madonna del Terzo Reich, un quadro iconograficamente simile alla tela di Raffaello Sanzio è stata venduta e subito ritirata.

Il quadro dello scandalo, che ritrae la Vergine mentre stringe tra le braccia un Hitler bambino, non è più espo­sto ad ArtVerona, la fiera dell’arte in programma fino a do­mani. È stato venduto a un collezio­nista di Bolzano «a un buon prezzo», assicura Piergiuseppe Carini, il gallerista che espone­va l’opera. «A 18mila euro», precisa l’autore, il pittore Giuseppe Veneziano.

In difesa di Veneziano era sceso in campo il critico Ivan Quaroni, che aveva spiegato sempre al Corriere del Veneto come "l’iconografia nazista è sempre stata usata e lo sarà ancora, proprio perché disturba. In quanto simbolo assoluto del Male, crea un forte stridore con ciò che rappresenta il suo opposto. Ma non credo che sia una tela offensiva: il suo valore sta nella sensazione di spaesamento che crea questo accostamento tra due opposti". A parte le polemiche legate alla blasfemia (aventi illustri precedenti come quelle relative alle opere di Cattelan e della Rana Crocifissa) e alla libertà di espressione, sembra uno dei tanti esempi di Maelestrom in un bicchier d'acqua.

18 settembre 2009

Navi dei veleni, Fonti agghiaccianti


Riccardo Bocca per l'Espresso

L'ex boss della 'ndrangheta Francesco Fonti è soddisfatto e amareggiato allo stesso tempo. «Per anni nessuno ha voluto ascoltare quello che dicevo ai magistrati. Ho sempre ammesso di essermi occupato dell'affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi. (la videointervista)

Ho indicato dove cercare: al largo di Cetraro, nel punto in cui il 12 settembre la Regione Calabria e la Procura di Paola hanno trovato a 480 metri di profondità un mercantile con bidoni nella stiva. Eppure, anche oggi che tutti mi riconoscono attendibile, devo affrontare una situazione assurda: vivo nascosto, senza protezione, con il pericolo che mi cerchino sia la cosca a cui appartenevo, sia i pezzi di Stato che usavano me e altri 'ndranghetisti come manovalanza».

L'altra sera, aggiunge Fonti, «mi ha telefonato Vincenzo Macrì, il consigliere della Direzione nazionale antimafia. Ha detto: "Speriamo che ora non ci ammazzino tutti...". Ecco di cosa stiamo parlando. Di vicende che puntano dritte al cuore della malavita internazionale e delle istituzioni».

Nonostante questo, Fonti, trafficante di droga condannato a 50 anni di carcere, poi diventato collaboratore di giustizia, si sente sereno: «La mia è stata una scelta di vita: mi sono pentito perché ho avuto ribrezzo di quanto fatto da malavitoso, dopodiché succeda quel che deve succedere».

Ecco perché non intende restare in silenzio. «Sono tanti i retroscena da chiarire», assicura. Tantopiù dopo sabato, quando è stato annunciato il ritrovamento lungo la costa cosentina della nave con i bidoni lunga circa 120 metri e larga una ventina: «In questo clima apparentemente più disposto alla ricerca della verità, voglio fornire un mio ulteriore contributo. In totale trasparenza. Senza chiedere niente in cambio, tranne il rispetto e la tutela della mia persona».

Con tale premessa, Fonti squaderna storie di gravità eccezionale e con particolari che, ovviamente, dovranno essere vagliati dagli investigatori. Il suo racconto parte dal 1992, quando l'ex boss spiega di avere affondato le navi Cunski, Yvonne A e Voriais Sporadais dietro indicazione dell'armatore Ignazio Messina.

«Nel dossier che ho depositato alla Direzione nazionale antimafia (pubblicato nel 2005 dal nostro settimanale), ho scritto che in quell'occasione abbiamo inviato uomini del clan Muto al largo di Cetraro per far calare a picco la Cunski, mentre ho precisato che la Yvonne A era stata affondata a Maratea», dice Fonti: «Quanto alla Voriais Sporadais, indicai che a bordo aveva 75 bidoni di sostanze tossiche, ma non segnalai il punto esatto dell'affondamento.

Oggi voglio precisare che la portammo al largo di Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, sulla costa jonica, e che a occuparsi materialmente dell'operazione fu il boss della zona Natale Iamonte». Di più: «Lo stesso Iamonte», prosegue Fonti, «si è dedicato spesso allo smaltimento in mare di scorie tossiche. Specialmente quelle che provenivano da ditte chimiche della Lombardia».

Nel caso della Voriais Sporadais, precisa, accadde tutto in una notte autunnale del 1992: «Io e il figlio di Natale Iamonte, di cui non ricordo il nome, salimmo sul motoscafo con un terzo 'ndranghetista che guidava e aveva una cassetta di candelotti di dinamite. Arrivammo al limite delle acque territoriali, montammo sopra la nave, facemmo portare a riva il capitano e l'equipaggio, dopodiché piazzammo i candelotti a prua e sparimmo indisturbati».

Fonti non ha problemi ad ammetterlo: «Era una procedura facile e abituale. Ho detto e ribadisco in totale tranquillità che sui fondali della Calabria ci sono circa 30 navi». E non parla per sentito dire: «Io ne ho affondate tre, ma ogni anno al santuario di Polsi (provincia di Reggio Calabria) si svolgeva la riunione plenaria della 'ndrangheta, dove i capi bastone riassumevano le attività svolte nei territori di loro competenza. Proprio in queste occasioni, ho sentito descrivere l'affondamento di almeno tre navi nell'area tra Scilla e Cariddi, di altre presso Tropea, di altre ancora vicino a Crotone. E non mi spingo oltre per non essere impreciso». Ciò che invece Fonti riferisce con certezza, è il sistema che regolava la sparizione delle navi in fondo al Mediterraneo.

«Il mio filtro con il mondo della politica è stato, fin dal 1978, un agente del Sismi che si presentava con il nome Pino. Un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta con i capelli castani ben pettinati all'indietro, presentatomi nella Capitale da Guido Giannettini, che alla fine degli anni Sessanta aveva cercato di blandirmi per strapparmi informazioni sulla gerarchia della 'ndrangheta.

Funzionava così: l'agente Pino contattava a Reggio Calabria la cosca De Stefano, la quale informava il mio capo Romeo, che a sua volta mi faceva andare all'hotel Palace di Roma, in via Nazionale. Da lì telefonavo alla segreteria del Sismi dicendo: "Sono Ciccio e devo parlare con Pino". Poi venivo chiamato al numero dell'albergo, e avveniva l'incontro».

Il contenuto degli appuntamenti, era sempre simile. «L'agente Pino mi indicava la quantità di scorie che dovevamo far sparire», spiega Fonti, «e mi chiedeva se avessimo la possibilità immediata di agire». La maggior parte delle volte, la risposta era positiva. Ed era un ottimo affare: «Si partiva da 4 miliardi di vecchie lire per un carico, e si arrivava fino a un massimo di 30».

Soldi che venivano puntualmente versati a Lugano, presso il conto Whisky all'agenzia Aeroporto della banca Ubs, o in alcune banche di Cipro, Malta, Vaduz e Singapore. Tutte operazioni che svolgevamo grazie alla consulenza segreta del banchiere Valentino Foti, con cui avevamo un cinico rapporto di reciproca convenienza».

Quanto ai politici che stavano alle spalle dell'agente Pino, secondo Fonti, sarebbero nomi noti della cronaca italiana. «Mi incontrai più volte per gestire il traffico e la sparizione delle scorie pericolose con Riccardo Misasi, l'uomo forte calabrese della Democrazia cristiana», dice, «il quale ci indicava se i carichi dovessero essere affondati o seppelliti in territorio italiano o straniero. La 'ndrangheta, infatti, ha fatto colare a picco carrette del mare davanti al Kenya, alla Somalia e allo Zaire (ex Congo belga), usando capitani di nazionalità italiana o comunque europea, ed equipaggi misti con tunisini, marocchini e albanesi».

Rimane l'incontrovertibile fatto, aggiunge Fonti, «che la maggior parte delle navi è stata fatta sparire sui fondali dei nostri mari». Non soltanto attorno alla Calabria, «ma anche nel tratto davanti a La Spezia e al largo di Livorno, dove Natale Iamonte mi disse che aveva "sistemato" un carico di scorie tossiche di un'industria farmaceutica del Nord».

E non è finita. Secondo Fonti, un altro politico di primo piano avrebbe avuto un ruolo nel grande affare dei rifiuti pericolosi. «Si tratta dell'ex segretario della Dc Ciriaco De Mita, indicatomi a metà Ottanta da Misasi per trattare in prima persona il prezzo degli smaltimenti richiesti dallo Stato».

Stando al pentito, lui e De Mita si sono visti «tre o quattro volte» nell'appartamento del politico a Roma, dove il boss fu accolto «con una fredda gentilezza». Nella prima occasione, ricorda, «mi fece sedere in salotto e disse: "Sono soltanto affari..."; frase che mi ha ripetuto negli incontri successivi, come a sottolineare un profondo distacco tra il suo ruolo e il mio».

Fatto sta, continua Fonti, che «concordammo i compensi per più smaltimenti». Poi, quando l'affondamento o l'interramento delle scorie veniva concluso, «l'agente Pino ci segnalava la banca dove potevamo andare a riscuotere i soldi»". Denari accreditati «su conti del signor Michele Sità, un nome di fantasia riportato sui miei documenti falsi. Andavo, recuperavo i contanti e li consegnavo alla famiglia Romeo di San Luca, dove ricevevo la mia parte: circa il 20 per cento del totale».

Da parte sua, l'ex segretario della Dc Ciriaco De Mita nega qualunque rapporto con Fonti: «Smentisco nella maniera più netta», commenta, «le affermazioni di una persona che non credo di conoscere. Porterò questo individuo innanzi al tribunale per rispondere penalmente e civilmente delle sue calunniose dichiarazioni».

Vero è, specifica De Mita, «che Misasi era mio amico, e che abitava sotto di me, ma tutto il resto non ha assolutamente senso». Una replica alla quale seguono altri racconti dell'ex boss, che dopo il ritrovamento del mercantile sui fondali di Cetraro, non si limita a occuparsi dei retroscena di casa nostra, ma apre una pagina internazionale finora ignota sulla Somalia: «Avevo rapporti personali», dice, «con Ibno Hartomo, alto funzionario dei servizi segreti indonesiani, il quale contattava me e la 'ndrangheta per smaltire le tonnellate di rifiuti tossici a base di alluminio prodotte dall'industriale russo Oleg Kovalyov, vicino all'allora agente del Kgb Vladimir Putin».

Un lavoro impegnativo per le dimensioni, spiega Fonti, gestito in due fasi: «Nella prima caricavamo le navi in Ucraina, a Kiev, le facevamo passare per Gibuti e le dirigevamo a Mogadiscio oppure a Bosaso. Nella seconda fase, invece, le scorie venivano affondate a poche miglia dalla costa somala o scaricate e seppellite nell'entroterra».

Facile immaginare le conseguenze che tutto ciò potrebbe avere avuto sulla salute della popolazione. E altrettanto facile, secondo Fonti, è spiegare come le navi potessero superare senza problemi la sorveglianza dei militari italiani, che presidiavano il porto di Bosaso: «Semplicemente si giravano dall'altra parte», racconta il pentito.

«Anche perché il ministro socialista Gianni De Michelis, che come ho già raccontato all'Antimafia gestiva assieme a noi le operazioni, era solito riferirci questa frase di Bettino Craxi: "La spazzatura dev'essere buttata in Somalia, soltanto in Somalia". Naturale che i militari, in quel clima, obbedissero senza fiatare».

Allucinante? Incredibile? Fonti allarga le braccia: «Racconto esclusivamente episodi dei quali sono stato protagonista, e aspetto che qualcuno si esponga a dimostrare il contrario». Magari, aggiunge, «anche su un altro fronte imbarazzante: quello delle auto sulle quali viaggiavo per recuperare, nelle banche straniere, i soldi avuti per gli affondamenti clandestini dei rifiuti radioattivi».

Gliele forniva «direttamente il Sismi», dice, «con la mediazione dell'agente Pino. Per salvarmi la vita, in caso di minacce o aggressioni, mi sono segnato il tipo di macchine e le matricole diplomatiche che c'erano sui documenti».

In un caso, «ho usato una Fiat Croma blindata con matricola VL 7214 A, CD-11-01; in un altro ho guidato un'Audi con matricola BG 146-791; e in un altro ancora, ho viaggiato su una Mercedes con matricola BG 454-602. Va da sé, che ci venivano assegnate auto diplomatiche perché non subivano controlli alle frontiere».

Ora, dopo queste dichiarazioni, «i magistrati avranno nuovi elementi sui quali lavorare», conclude Fonti. «Troppo facile e troppo riduttivo», sostiene, «sarebbe credere che tutto si esaurisca con il ritrovamento nel mare calabrese di un mercantile affondato». Questa, aggiunge, non è la fine della storia: «È l'inizio di un'avventura tra i segreti inconfessabili della nostra nazione. Un salto nel buio dalle conseguenze imprevedibili».

LA LOTTA DEI PRECARI E’ ANCHE UNA LOTTA DI CIVILTA’


Lettera di sfogo di tre docenti precarie

L’autobus, il treno, le valigie, la partenza, i saluti, la lontananza, le domeniche trascorse a studiare, gli esami, le lezioni, le giornate impiegate all’università tra pranzi al volo e studio in biblioteca. Sembra il soggetto della sceneggiatura di un film, invece è la vita di tanti giovani, ragazzi che spesso hanno lasciato la Sicilia per andare a studiare fuori, con la fermezza poi di voler tornare a lavorare nella propria terra. Anni trascorsi con la ferma volontà di, una volta terminati in fretta gli studi senza tanti svaghi e divertimenti dato che studiare fuori è una spesa non indifferente per le famiglie, tornare in Sicilia nel proprio paese, perché in realtà si ama troppo la terra in cui si è cresciuti, per non lasciare la propria famiglia, perché in fondo al cuore si nutre la speranza che ogni posto, anche quello più decentrato, può offrire delle possibilità, basta essere volenterosi e propositivi.

Si crede che la laurea rappresenti il traguardo tanto ambito, ma appena si raggiunge la meta tanto agognata capiamo che in realtà siamo solo all’inizio di una lunga e impervia salita! Infatti, per chi ha scelto la professione di insegnante, inizia il calvario dell’abilitazione. Altri due anni di studio, esami che non sono altro che la ri-proposizione di materie già affrontate all’università e poi, il tirocinio nelle scuole. Una volta “abilitati” all’insegnamento, si inizia finalmente a lavorare.
Si comincia con le supplenze brevi, poi con gli incarichi annuali. Pur lavorando, sebbene siano stati ultimati gli studi relativi al conseguimento della laurea e dell’abilitazione, comincia l’iter dei corsi on-line, corsi più o meno validi, più o meno costosi che offrono spesso poca preparazione, ma un certo punteggio che serve per scavalcare gli altri. Perché le graduatorie in cui gli insegnanti sono inseriti non istituiscono altro che una competizione tra colleghi, ognuno deve cercare di non farsi superare ma deve cercare di superare l’altro.
Quando si insegna e ci si trova davanti agli alunni, si comprende come le aule ovattate delle università sono molto distanti dalla realtà delle scuole. Le lezioni di pedagogia dell’università sono molto disgiunte dalla realtà di disagio che provano gli adolescenti di oggi. Noi docenti, infatti, oltre a spiegare le cause della Seconda guerra mondiale, siamo chiamati ad affrontare con determinazione e coraggio quell’universo variegato di astrusità che attanaglia i giovani di oggi, feriti dentro in modo irreversibile e, in certi casi, talmente confusi e deboli da trovare la pace solo nell’estremo gesto…
Tuttavia, è questa la nostra missione: se si diventa per gli alunni un punto di riferimento, una persona aperta e dialogante che non alza il muro dietro l’aura della cultura posseduta, come molti nostri insegnanti invece hanno fatto in precedenza con noi, si può pensare di aiutarli e diventare così quell’appiglio sicuro che purtroppo non riescono a trovare né in famiglia né con gli amici.
Ma proprio quando cominci ad amare la professione appena intrapresa, tutto finisce, la scuola viene riformata, viene avviato un piano di “razionalizzazione” e si rimane a casa senza un lavoro, con quella poca esperienza accumulata e tanta voglia di continuare perché si pensa, forse sbagliando, di aver tanto da dare ai ragazzi.
L’amarezza si amplifica se ad essere colpiti maggiormente siamo noi, giovani del sud, quel sud da cui spesso i giovani fuggono per andare a trovare lavoro altrove. Ma l’amarezza nasce anche da un’altra considerazione: l’aver lavorato duramente tutta la vita per conseguire una laurea con il massimo dei voti, 4 abilitazioni, 3 Master universitari, patente europea del computer, 2 qualifiche professionali, che conducono alla fine al risultato obsoleto e improprio dell’indennità di disoccupazione e di vacui contratti di disponibilità? Allora l’impegno non paga? Allora bisogna rassegnarsi all’idea che, non il merito, ma solo le scorciatoie facilitano il reperimento di un lavoro?
La realtà è che non sappiamo cosa ci riserva il futuro, ancora una volta probabilmente dovremo rinunciare alla strada intrapresa, dovremo chiedere nuovamente aiuto alle nostre famiglie che forse non avranno mai la gioia e il sollievo di vederci finalmente diventare indipendenti e persone appagate.
Sicuramente non moriremo di fame, ma moriranno certamente la dignità e la passione per le lettere e lo studio che, come un filo rosso, ha attraversato tutta la nostra vita.
Tenendo conto del futuro incerto che si prospetta davanti a noi, siamo costretti a re-inventarci, cosa che alla nostra età appare difficile e ci getta nello sconforto, mentre per chi viene licenziato a 40 o peggio 50 anni è praticamente impossibile, specie in un luogo come la Sicilia dove già le opportunità di lavoro sono pochissime.
Vorremo far capire a tutti che la nostra non è solo una battaglia per un semplice posto di lavoro, ma è una battaglia per difendere quel senso di civiltà che si sta disperdendo, perché un Paese che decide di risparmiare sulla formazione e sulla cultura, che mette a rischio la vita di migliaia di alunni, insegnanti e personale Ata, permettendo che si formino classi di 35/38 studenti, che licenzia in massa migliaia di professionisti che per la maggior parte lavorano con passione e vero interesse, non è un paese che possa definirsi civile. Il nostro è un Paese che non investe nel futuro!
Alle lezioni di pedagogia e psicologia della Sissis ci hanno detto che una delle qualità che un buon insegnante deve possedere è il senso di responsabilità. Ci chiediamo se chi ci governa ha agito secondo responsabilità? Qualcuno ha pensato che dietro tutti quei numeri ci sono vite di giovani, ora demoralizzati, demotivati e privi di speranza, ma anche tanti genitori che hanno bisogno dello stipendio per sostenere il futuro dei propri figli?
“Dite una bella verità con poche parole” ci ricorda il grande Gibran, ma ci chiediamo se a noi precari della scuola, giovani e non, che abbiamo perseguito la nostra verità con forza e coraggio, ci sia stato detto allora che il nostro destino alla fine di tutto sarebbe stato determinato non più dalle nostre capacità, ma dalle norme di una riforma inconsistente che ha deciso il nostro futuro per noi.


Graziana Iurato
Fatima Palazzolo
Maria Vittoria Sortino


Migliaia fra docenti precari e personale ATA restano appesi al filo di una stabilizzazione negata senza ammortizzatori sociali. Il "ministero dell'istruzione" si occupa soltanto di rispettare i diktat che provengono dal "ministero dell'economia e delle finanze". La qualità e l'accessibilità all'istruzione diventano così, problemi secondari. Viene colpito a morte un settore già umiliato da anni di accordi sindacali accondiscendenti. Tuttavia in tutto il paese si intensificano le mobilitazioni, fronteggiate spesso con schieramenti di forze dell'ordine e censura dalla parte dei media.

17 settembre 2009

Silvio nel Vespasiano di Stato


Dopo l'ultimo flop televisivo di Porta a Porta con lo show mancato del grande Comunicatore, Bruno Vespa ha detto di essere "l'unico giornalista ad avere posto domande severe al Cavaliere". Peccato che ad accorgersene siano stati in pochi. Ora, la decenza ha un limite. Bruno Vespa è un professionista del giornalismo per tutte le stagioni, che è sul libro paga della Mondadori e percepisce lauti compensi dalla Rai (1 milione e 800mila Euro ogni anno).
Oltre alle saghe omicide ha ospitato il premier innumerevoli volte, baciando perfino la mano per respirare gli effluvi e gli odori di santità dell'Unto del Signore. Nella Terza Camera dello Stato sfilano politici di regime e si dicono le amenità più opinabili, senza che questo epigono del giornalismo dalla schiera dritta batta ciglio. Altro che giornalismo watch the dog all'americana, Vespa è il simbolo del conformismo degli scendiletto della trash tv e della stampa embedded, per non dire servile, che non domanda.

16 settembre 2009

Pazza Calabria e verità inabissate


Il ritrovamento della Cunski al largo di Cetraro (Cs) riapre una ferita mai rimarginata. La vicenda delle navi dei veleni e dei traffici internazionali di rifiuti. Francesco Fonti, il collaboratore di giustizia che indicò la posizione della nave filmata al largo di Cetraro, racconta in una intervista a il manifesto – nel numero in edicola mercoledì 16 – come la 'ndrangheta gestisse parte delle rotte dei rifiuti pericolosi verso la Somalia. "Incassavamo miliardi che finivano in banche maltesi, cipriote e svizzere". Almeno uno di quei viaggi l'ho organizzato io dall'Italia – ricorda Fonti – e utilizzammo una nave della Shifco". Un traffico che partiva da Livorno ed era diretto a Bosaso, secondo quanto riferito da Fonti. "Ilaria Alpi è stata uccisa perché ha visto quello che non doveva vedere nel porto di Bosaso, questa è l'idea che mi sono fatto", continua Fonti nell'intervista. Il presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu ha detto che sulla vicenda
Legambiente consegnerà il dossier sulle navi dei veleni. L'auspicio è che la verità non venga inabissata come le speranze.

Sarebbero almeno una trentina le navi dei veleni, dissotterrate al largo dei litorali calabresi, del Metaponto e dello ionio pugliese. L'aumento di neoplasie, malattie linfatiche e tumori non poteva essere una cosa astratta, avulsa dal territorio. Di fronte a queste emergenze. Numerose denunce e interpellanze parlamentari giacciono inascoltate. "Sulle montagne calabresi, scrive il docente universitario Tonino Perna "a partire dall'Aspromonte, da molti anni le popolazioni locali sono allarmate per lo scarico di rifiuti tossici e radiotattivi nelle cave. Ci sono state denunce ed anche interrogazioni parlamentari, due di Angela Napoli una decina di anni fa, ma non è successo niente".

PICCOLA DIGRESSIONE

Ospite di Pierluigi Battista, in diretta nazionale a Radio 3 il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero ha risposto a una domanda di un'ascoltatrice (minuto 24:00), tale Caterina da Pesaro che chiedeva che fine avesse fatto i movimento dei Ragazzi di Locri Ammazzatecitutti, sparito dai giornali e dalle piazze. Loiero (sfiduciato da parte del Pd, che non sostiene la sua candidatura alle prossime regionali, che pure in passato ha strumentalizzato il movimento), sollecitato dal conduttore ha commentato l'affievolirsi della mobilitazione civile: "Lei apre una ferita perché il movimento, che sembrava aprire a una primavera nuova, perché era caratterizzato da ragazzi di 16-17 anni che andavano in piazza dicendo e adesso ammazzateci tutti, temendo la reazione della famiglie si è dissolto e diviso. I ragazzi hanno litigato al loro interno. C'è stato un problema di protagonismo ed è un dramma che quel movimento non ci sia più". Apriti cielo e lesa maestà. "Se i governatori Bassolino e Lombardo - si legge in una nota vergata da Aldo Pecora - avessero detto dei movimenti antimafia campani e siciliani ciò che ha detto Loiero di Ammazzateci Tutti a quest'ora sarebbe scoppiato il finimondo". "Mi sarei sinceramente aspettata - continua Rosanna Scopelliti - che il Governatore della Calabria approfittasse dell'importante finestra nazionale per lamentare ai microfoni del dott. Battista la scarsa attenzione, soprattutto a livello mediatico, per quei pochi esempi positivi e virtuosi che ogni giorno faticano a varcare i confini della nostra regione, a partire dall'esempio di 'Ammazzateci Tutti'". "Ed invece - incalza Rosanna Scopelliti - purtroppo l'immagine che è scaturita dalle sue parole ha prodotto un'eco devastante alle orecchie degli ascoltatori di tutto il Paese".

Tony Manero e la lercia ossessione Tv


Recensioni raccolte sui siti internet

Un film duro, asciutto e dalla confenzione volutamente sporca e realistica...

Tony Manero è un film ruvido, tagliente, lercio e nauseabondo, ma animato da un preciso e lodevole intento sociale e morale...

Tony Manero


Cile/Brasile 2008

Regia: Pablo Larrain

Interpreti: Alfredo Castro, Paolo Lattus

Raul, contagiato dall’ossessione “febbrile” del Sabato Sera


Cile 1979, nel pieno del golpe di Augusto Pinochet. Raul Peralta è un guitto ossessionato dall’idea di emulare Tony Manero, il protagonista del musical la Febbre del Sabato Sera. Sullo sfondo la dittatura cilena, con i soprusi e i desaparecidos. Una ricostruzione storica stimolante costituisce il sottotesto di riferimento simbolico del film Tony Manero di Pablo Larrain. La pellicola ha trionfato al Festival del Cinema di Torino, presieduto da Nanni Moretti ed è stata accolta da reazioni molto contrastanti in patria. Pablo Larrain scova nei meandri psichici dell’intenso Peralta (l’ottimo Alfredo Castro), contagiato dalla parossistica Febbre del Sabato Sera, nella mitopoiesi paranoica del protagonista del film della Paramount.
Il protagonista non sa cosa vuole, non ha un’ambizione particolare. Sa estrinsecare solo quello: il ballo come forma di espresione e comunicazione fisica. Le sequenze sgranate che si alternano rendono partecipi dell’estraneità nel racconto e danno la cifra di una folle lucidità. L’ossessione schizofrenica di assomigliare a un personaggio trapiantato dall’industria culturale degli Usa nello spazio mentale individuale conduce infatti a una deriva folle. Raul vuole vincere un concorso e non guarda nient'altro. Si trova in un vuoto esistenziale, nelle miserie di un paese schiacciato da un totalitarismo poliziesco, che però gli consente di sciacallare i cadaveri, con ferocia inaudita. Tony Manero cerca di impadronirsi di un nuovo orizzonte semantico (vede centinaia di volte il film, ne assimila ogni singola sequenza) stravolgendo la sua appartenenza, in un paese dove solo i sogni di plastica alienanti possono scalzare gli incubi del reale. Movenze decise e suadenti, in antitesi con i colpi inferti con ferocia ingiustificata alle malcapitate vittime. La brutalità di un uomo disposto a qualsiasi di violenza efferata pur di raggiungere l’obiettivo fa impressione. Trionfare nel programma televisivo sui sosia è la mission disperata di Raul. Come mai un regista giovane fa un film su quel periodo? Si tratta di un conflitto irrisolto. Pinochet (benedetto dalla Cia) è morto due anni fa, ci sono due mila desaparecidos. E il colonialismo culturale americano danneggiava in maniera bieca e sofisticata le menti. Altri undici settembre.

13 settembre 2009

Morire per France Telecom


Risorse, esuberi, piani di ristrutturazione, tagli al personale, riassetti aziendali. L'occupazione vissuta e fatta percepire come ricatto da parte dell'azienda totalizzante. Il mercato del lavoro parla sempre di più i linguaggi freddi della razionalizzazione dei costi, di cui sono pieni i piani industriali. Mancano gli espedienti di sopravvivenza e la disgregazione il suicidio diventa una forma anomica di affermazione del sé, di un'individualità, a dir poco disumanizzata.

Ventitrè suicidi sul lavoro su 100.000 dipendenti. Questo il bollettino di guerra di France Telecom. Suicidi a catena si sono verificati anche in altre aziende francesi, come la Renault, la Peugeot e Edf. Ma il caso di France Telecom ha i contorni di una vera emergenza. Tra le misure annunciate anche l’arruolamento di 100 responsabili delle risorse umane e di altri medici del lavoro. Lunedì prossimo il ministro del lavoro Xavier Darcos dovrebbe incontrare i responsabili dell’azienda «per lavorare insieme a soluzioni adeguate». I sindacati denunciano da diversi anni l'atmosfera di stress a France Telecom e le "pressioni" sul personale da quando il gruppo è stato privatizzato nel 2004, ma soprattutto dall'annuncio del piano di ristrutturazione che si è tradotto con 22.000 "dimissioni volontarie" tra il 2006 e il 2008.

Il tutto mentre la finanziarizzazione dell'economia amplia la forbice tra le retribuzioni dei Ceo e degli operai, divaricandola sempre di più, così come le cedole e le stock option. Delle vite degli operai non importa niente, a maggior ragione quando non sono più funzionali ai profitti. Fortunatamente c'è sempre un esercito di precari e disoccupati di riserva cui attingere.

In memoria di Peppino Impastato


Spesso cambiare un nome di una via o di una piazza è un gioco di ripicche locali, questioni di cipiglio tra gruppi dirigenti contrapposti. Tra amministrazioni di opposto colore e fazione, accomunate dal fare lobbing e divise solo nella facciata.

In un paese senza memoria storica, in cui le intitolazioni di strade, vie e aeroporti seguoni i criteri più bizzarri (fece scalpore la ridenominazione a all'aviatore Vincenzo Magliocco, dell'aeroporto di Comiso, da poco intitolato al Parlamentare Pio La Torre, barbaramente ucciso da Cosa Nostra), non ci si ferma nemmeno a un centimetro dal ridicolo.

Ora ammesso che i problemi del mondo non possano circoscriversi a beghe localistiche. E che il centrosinistra che cambia il nome di una via in contrapposizione a una scelta di un precedente governo locale, e viceversa possa suscitare reazioni ilari e risibili, non si possono non fare alcune considerazioni su un fatto finito nel paniere della notiziabilità per il suo significato simbolico. Sarà tolta la targa alla Biblioteca di Pontrenica, originariamente intitolata alla memoria di Peppino Impastato un anno e mezzo prima dal suo predecessore di centrosinistra. Il centro sarà intitolato a un autore locale, padre Giancarlo Baggi.

Le associazioni antimafia e Rifondazione Comunista locali stanno organizzando per il 26 settembre a Ponteranica, una manifestazione di protesta, mentre il primo cittadino Simone Aldegani non fa passi indietro e dichiara: "La biblioteca è il posto della cultura ed è giusto che sia intitolata a un personaggio locale".
Sono stati diversi e bipartisan gli inviti in tal senso rivolti all`amministrazione comunale di Ponteranica che, tuttavia, non intende tornare sui propri passi, anche se Aldegani si è reso disponibile a istituire un premio studentesco sulla lotta alla mafia, dedicato alla memoria di Impastato.

La presa di posizione di Giovanni Impastato, fratello della vittima di mafia, è inevitabile e categorica, oltre che condivisibile: "C’era da immaginarselo, mancava solo la scintilla e la bomba del contrasto tra la nostra realtà e la Lega sarebbe scoppiata. Il Sindaco di Ponteranica con la sua decisione autoritaria e antidemocratica di cancellare dalla Biblioteca del paese il nome di Peppino ha avvicinato il cerino alla miccia. Voglio ancora sperare che tutto questo possa sparire, che gli Italiani abbiano ancora un briciolo di orgoglio per ribellarsi, per liberare il paese da quelle storture che sono la mafia al sud e la lega al nord, rifacendoci all’ignoranza di quanti sostengono che la criminalità organizzata sia un problema esclusivamente meridionale. Per questo invito tutti il 26 settembre a Ponteranica, non solo per difendere la memoria di Peppino, ma anche la dignità di questo paese".

Tutelare la memoria di Peppino Impastato non vuol dire perpetuare processi di trasfigurazione mitica che servono a salvare la coscienza collettiva, anche se è indubitabile il valore del film I Cento Passi, di Marco Tullio Giordana, nel restituire cittadinanza attiva a una truce storia finita nel dimenticatoio. Si tratta di non consentire di oscurare l'esempio di chi ha fatto della lotta alla mafia una scelta pagata col sangue. Forse chi crede nel dio Eridano e nell'ampolla del fiume Po vuole ostentatamente fingere un'insulsa superiorità che nell'equiparazione delle storie fa trasparire stoltezza. E pensare che il Senatur, in uno dei suoi revisionismi dell'ultima ora, sostiene che la storia delle escort è stata creata a genio dalla mafia ostile a Berlusconi. La situazione politica in Italia è grave ma non è seria, diceva Ennio Flaiano. Purché non continui a degenerare in un piano inclinato infinito.

12 settembre 2009

15 anni di Emergency

Navi a perdere


E' questo il primo responso del sopralluogo compiuto con uno speciale robot in grado di scattare fotografie sul fondo marino, sul luogo dove nel dicembre scorso i sonar avevano rilevato una massa di grandi dimensioni, dagli 80 ai 100 metri di lunghezza, di origine sconosciuta.

Le ricerche sono state effettuate dalla società Coopernaut Francia, chiamata dalla Regione Calabria su disposizione del procuratore di Paola, Bruno Giordano, nell'ambito di un'inchiesta sull'illecito smaltimento di rifiuti tossici.

Il sospetto è che la nave inabissata al largo di Cetraro possa essere una delle cosiddette "navi a perdere" che secondo un collaboratore di giustizia di 'ndrangheta, sarebbero state utilizzate per smaltire illecitamente rifiuti tossici facendo affondare i battelli al largo.

10 settembre 2009

Trans e celodurismo leghista



Il mito della Lega celodurista è stato un leitmotiv, alimentato di continuo nella Seconda Repubblica. Anche se appare piuttosto appannato la riprova di questa mitologia padania lascia le sue tracce sul web, anche nelle sue versioni più ambigue.

Il Riformista segnala come Padania-Trans.Com, il portale leghista di annunci transex.

"Due inequivocabili figure sdraiate, con i capelli castani, gli occhi inevitabilmente verdi e le tette perfettamente tonde, tengono alto con una mano il loro orgoglio transex mentre con l’altra accarezzano la scritta. Speculari tra loro, i due trans sono separati solo dai confini uniti delle regioni. Dall'Umbria al Friuli Venezia Giulia, ci sono tutte. Manca più di un pezzo d’Italia, persino la capitale perché, al Governo o meno, Roma resta ladrona".

"Ricerca avanzata o menù a tendina: che siano annunci, viaggi, compravendite, quale sciagurata bacheca online rinuncerebbe in partenza a una fascia di utenti? Business is business, o almeno dovrebbe essere così. Ma Padania-Trans.Com rivendica con pieno diritto la sua particolarità, per cui da Verbania a Sondrio, da Pistoia a Belluno, da Lodi a Cesena, i trans hanno tutti il bollino padano sulle foto".

09 settembre 2009

Mezzogiorno abbandonato


La questione dell'integrazione tra Sud e Nord è uno dei nodi irrisolti di questa Nazione. Le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia riaccendono polemiche mai sopite e ripropongono interrogativi destinati a sedimentarsi nel tempo.

Scrive Giorgio Ruffolo su Repubblica: "La tremenda minaccia che si addensa oggi sul Mezzogiorno non è più come Gramsci denunciava, l'asservimento del Sud agli interessi dominanti del Nord. La depressione politica del Mezzogiorno non si identifica più nel potere della classe agraria e nella sua alleanza subalterna con la borghesia industriale del Nord, ma nel potere di scambio elettorale tra la garanzia politica che essa assicura al governo centrale e le risorse finanziarie che ne riceve e che gestisce come un gigantesco "pizzo" attraverso i governi locali La tremenda minaccia è che il governo di quelle risorse sfugga anche a quella intermediazione e cada direttamente nelle mani delle grandi reti della criminalità internazionale. Non accade già in certe regioni del Sud?

Più che una minaccia sta diventando una triste realtà. A 150 anni di distanza dalla disunità d'Italia i problemi rimangono immutati. O forse è la storia che non fa salti e si ripropone, ma questa volta non sotto forma di farsa?

Mafia calabra in Deutchlandia


E’ opinione diffusa tra gli esperti che si parli diffusamente e pubblicamente di un fenomeno mafioso-criminale solo nel momento in cui esso è in declino. Semplificando queste ipotesi di scuola, si parla con grande enfasi della potenza di fuoco dei casalesi, mentre il loro potere effettivo nello scacchiere del malaffare sembra spuntato. Per converso la mafia calabrese è sempre più mimetizzata nelle cronache nazionali o internazionali.

La 'ndrangheta in Germania, dopo la strage di Duisburg di due anni fa, continua a fare affari e la sua capacità di inabissamento, la pone al riparo dalle indagini giudiziarie. La sua struttura familistica la rende inaccessibile. Sono 229 i clan e 900 le persone coinvolte in un rapporto redatto dalla polizia della Germania Federale.

Come ribadito nell’inchiesta del giornale tedesco Zeit nelle 396 pagine de Bundeskriminalmt si parla di traffico d’armi, omicidi, antiriciclaggio, traffico di droga, smaltimento di rifiuti tossici ed estorsioni. Nel rapporto i nomi delle famiglie dei clan sono ricorrenti. Figurano ben 17 Sebastiano Strangio, 10 Antonio Romeo e 13 Domenico Giorgi. Per questo gli inquirenti hanno dovuto confrontare i nomi, i luoghi e le date di nascita con quelli delle madri. Come se non bastasse, a confondere ancora di più le cose c’è il fatto che alcuni affiliati a un clan hanno il cognome di un clan avversario. In passato c’è stato perfino il ramo di una famiglia che è passato dalla parte dei nemici. I mafiosi di San Luca, insomma, sono tutti imparentati. Anche per questo la ‘ndrangheta è impenetrabile come le triadi cinesi. I mafiosi si riproducono come cellule tumorali. E la cattura di Giovanni Strangio non ha cambiato le cose. Nella Repubblica Federale il reato di associazione mafiosa non esiste e riciclare il denaro sporco è molto più facile che in Italia, scrivono gli inquirenti. In Germani la polizia è tenuta a dimostrare che il denaro investito sia di provenienza lecita. Dal 2001, anno in cui sono stati aboliti i controlli alle frontiere in base al Trattato di Schengen la criminalità organizzata ha conosciuto un’espansione in tutta Europa, dalla Germania ai Paesi Bassi, dal Belgio alla Francia, dalla Spagna al Portogallo, tutti paesi in cui l’opinione pubblica è convinta che una mafia locale non esista. I mafiosi agiscono indisturbati, il più delle volte, perché senza crimini visibili la mafia non esiste. Troppo spesso i mafiosi sono considerati imprenditori, che gestiscono ristoranti, alberghi o imprese.

E l’immagine del colletto sporco non attecchisce, soppiantata da quella veicolata dalle innumerevoli fiction, anacronistica della coppola e dalla lupara. Sorpassata dalla storia, ma capace di rassicurare l’opinione pubblica, di farla stare nel suo quietismo artefatto.

08 settembre 2009

Videocracy e la realtà anestetica. A colloquio con Erik Gandini



Videocracy è un film- documentario di Erik Gandini sull’Italia del Presidente, un paese che ha subito in un arco temporale molto lungo l’influenza culturale di Mediaset è un’Italia incapace di vedere se stessa in virtù dell'assuefazione.

L'Italia che descrive è un’Italia dell’ipervisibilità, della logica dell’apparenza, dell’estetismo edonista, della sovraesposizione. La realtà in atto, comunque, scavalca il girato.

Il regista, che vive a Stoccolma, spiega la genesi dell'operazione: "Il film è stato concepito per il pubblico svedese ed è partito da una domanda ricorrente che molti si fanno. Perché mai in Italia ci sono queste due donne seminude a fianco a un conduttore anziano? La Tv di Berlusconi è lo specchio della sua personalità. Lo scenario che è venuto fuori, per certi versi, è da film di fantascienza. Si trattava di tramutare un concetto in un’esperienza cinematografica personale. Il film è un ritratto sul potere, senza nessun approccio giornalistico, senza martellamento investigativo".

Cionondimeno è l'immagine sfocata di un’Italia incapace di guardare se stessa. Ancor prima di uscire nelle sale è stato sottoposto a una censura obliqua, ma non per questo meno odiosa da parte dell’emittente televisiva a cui pagano il canone, anche coloro che non votano Berlusconi.
"La canzone di Berlusconi Meno Male che Silvio c'è, cantata solo da donne mi ricordava Ceausescu. Il materiale mi è stato dato dagli uffici stampa di Forza Italia con grande piacere e tanto di liberatoria per fare vedere le mirabilie di Berlusconi all’estero". Non c’è nulla di completamente innovativo, di inedito nel scene che scorrono. Le figure cardine sono Lele Mora, l’agente televisivo più potente d’Italia, Fabrizio Corona e il premier Silvio Berlusconi. "Fare vedere con una prospettiva diversa – era lo scopo di Gandini - devi avere il diritto di raccontare la televisione con gli strumenti propri della televisione. In questi giorni in cui c’è una guerra contro la libertà di stampa è arrivato il momento di raccontare la televisione attraverso questo strumento". Gandini intervista anche i registi, i tecnici del Grande Fratello, le persone che hanno contribuito al successo delle tv commerciali, che fanno una prodotto a immagine e somiglianza del suo Creatore, una tv fatta di colori accesi, donne discinte, un flusso continuo di immagini, un mondo gaudente e sorridente, un’euforia inarrestabile. Gandini inquadra i personaggi e tiene la macchina ferma, perfora la superficie dell’apparire, indugia sui volti, lavora di dilatazione del tempo dell’immagine con commenti sonori enfatici. "Il film" - dice l'autore - "non vuole attenersi alla realtà così com’è, dice Gandini, ma fotografa la realtà come l’ho vista io, dal mio punto di vista. Sicuramente ci sono molti aspetti dal punto di vista giornalistico che non sono proprio. Percepisco una tensione tra le celebrità, i privilegiati e quelli che non ci stanno e sono destinati a fare da spettatori. Anche la Storia di Corona (il Robin Hood moderno come si definisce in una scena n.d.r.) un ribelle reazionario che scatta le foto ai vip e li va a ricattare si pone come una sorta di eroe sovversivo agli occhi degli spettatori, in quanto crea impressione che... Volevo giocare sui sentimenti, usando le stesse armi. Parlando alla pancia. Se un film, sovvertendo le regole di un mondo perfetto facesse vedere anziché un contesto di perfetta felicità, allegria, di edonismo, ma un retro di tristezza, desolazione, miseria esistenziale. Perché è solo attraverso i sentimenti che puoi trovare nuove verità". La domanda che si pone è se tutto questo substrato che è stato seminato in trent’anni non ha poi provocato il consenso che si vede oggi. In realtà, stando a Gandini "Chi vede molta televisione senz’altro vota Berlusconi. La cultura della banalità è inquietante di per sé. L’idea della banalità del male si pone come qualcosa di innocua, di superficiale, l’ho trasformata, nella malvagità del bene. Divertirsi è diventata una religione di massa. Dentro la banalità c’è qualcosa che non si può ricondurre a una persona che l’ha creata.

"Il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre". Sono parole di Pier Paolo Pasolini. E ancora: "Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza". Si richiamerà a questo concetto Gandini quando un inebetito Lele Mora fa ascoltare Faccetta Nera, la sua suoneria del cellulare? O forse è un accostamento casuale? Anche Nanni Moretti nel Caimano era stato esplicito sulle dinamiche totalizzanti del berlusconismo. Alla fine Gandini è convinto di avere usato i suoi personaggi come emblema di berlusconismo. Il risultato a volte appare quantomeno contraddittorio.

06 settembre 2009

Al di sopra di Dio. La profezia del partigiano del giornalismo




Un'intervista di Giorgio Bocca a "Il Manifesto" contiene passaggi illuminanti sulle guerre liberticide in atto in Italia e lancia speranze profetiche per tutti i sinceri antiberlusconiani. "Berlusconi ha perso il controllo, sento che arriva la fine. Non vorrei che fosse solo un mio desiderio, ma stavolta si è trovato contro la Chiesa, che è la sola che può mettere fine al suo potere. Quindi è terrorizzato che stia arrivando la fine. E ha perso il controlloPresto sarà la Chiesa a farlo cadere. Alla lunga la Chiesa non vuole, almeno non desidera, un governo irresponsabile, spregiudicato, che - tanto per dire - dall'oggi al domani si allea con Gheddafi. Perché in Italia l'opinione pubblica non c'è e le opposizioni sono fiacche". E alla lunga nemmeno l'approvazione di qualche legge eticamente sensibile, come quella sul testamento biologico, potrebbe far tornare il sereno fra Palazzo Chigi e Oltre Tevere.

"Il conflitto è organico, andrà avanti comunque. Perché Berlusconi si sente più dio di dio. Quindi, secondo il corsivista del Gruppo Editoriale L'Espresso: "Per uscire dall'anomalia serve un Cln, un comitato di liberazione nazionale. Ma non c'è il materiale umano". Secondo il decando del giornalismo italiano
Feltri è un megalomane, in cerca di grane che fa un giornale di lotta e diffamazione". "Più che feroce direi che è assurdo. L'attacco alla stampa italiana da parte di Silvio Berlusconi ha dell'assurdo, essendo lui padrone di tre reti televisive, controllandone altre tre o quattro, e poi di giornali. Insomma essendo lui il padrone di un terzo buono dell'informazione italiana, come fa a dire che l'informazione è ridicola? A meno che non parli di sé".