09 gennaio 2010

L'Inferno di Orange Town, le ragioni dei "negri", la bomba, Rosarno e la pazzia


Voci e brandelli di giornali

Gli africani si ribellano ai clan, sono più coraggiosi di noi....La bomba alla procura di Reggio è il segno che la 'ndrangheta alza il livello dello scontro. È una bomba artigianale, quindi un segnale di misura contenuta e simbolica ancora, un messaggino. La famiglia Condello possiede bazooka ed esplosivi C3 e €4, capaci di far saltare l'intero edificio della procura. È credibile che l'attentato sia stato deciso da una riunione di tutti i capiclan Mi pare più probabile che l'abbia deciso una famiglia e abbia ottenuto il silenzio-assenso delle altre. (Roberto Saviano, Il Sole 24ore)


Trattati peggio delle bestie, provocati sistematicamente, privi di dignità e di ogni elementare diritto. E' quasi inevitabile che situazioni di questo genere, alla fine, generino la violenza. "A Rosarno c'è sempre stata una forte rete di solidarietà tra residenti e immigrati". C'è una sola linea. Quella di liberare il territorio dalla criminalità organizzata, sradicare le attività gestite dagli esponenti delle famiglie dell'ndrangheta. Per farlo, è necessaria un'azione concorde di tutte le istituzioni dello Stato, non solo di segmenti isolati della società civile. Non è una guerra, questa, che si combatte una tantum, sull'onda emotiva di un fatto spiacevole o sanguinoso. L'eco della rivolta di Rosarno presto si spegnerà. Ecco. L'azione di contrasto deve proseguire senza arrestarsi, sino a quando non saranno spazzati via i caporali e chi li comanda. Potranno liberarsi dalla mafia solo attraverso la bonifica di questi vasti territori. Distruggere il male alle radici. Togliere una volta per tutte alle cosche il controllo delle attività economiche. (Intervista a don Luigi Ciotti, La Stampa)

...una donna di Rosarno Antonella Bruzzese, intervistata dal Tg2: «Tornando a casa, sono stata bloccata da questi extracomunitari che mi sono venuti addosso letteralmente sulla macchina, cominciando a colpirmi con sassi e spranghe di ferro, spaccando i finestrini. I bambini urlavano. Sono riuscita a fare altri pochi metri con la macchina, questi mi venivano dietro e mi hanno sbattuto con tutta l'auto contro il muro; la macchina si e' fermata...». Rosarno, Italia, per ora un inferno. (Il Messaggero p. 2)

Hanno ragione i negri. I clandestini non dovrebbero entrare in Italia. Ma una volta che sono qui, non li si può sfruttare in modo vergognoso e prendere a fucilate mentre fanno lavori che i nostri disoccupati disdegnano. Gli immigrati invadono il Mezzogiorno perché accettano di fare lavori che i giovani disoccupati rifiutano. Ma la cultura del lamento è una piaga. I ragazzi si aspettano sempre un aiuto dallo Stato. E, se non c'è, dalla criminalità (Il Giornale)

«Si parte da questa bomba a basso potenziale, dalla novità antropologica di una donna che guida la motoretta, e si arriva ai fatti di Rosarno. Sono eventi nuovi di un conflitto molto complesso tra 'ndrangheta e Stato. La 'ndrangheta vuole incendiare la Piana». (Intervista a Paride Leporace, Il Riformista)

«Fermate le violenze, qui a Rosamo potrebbe scoppiare la guerra» II vicario della Diocesi di Oppido-Palmi don Pino Demasi: il rapporto con la popolazione potrebbe incrinarsi. La reazione rischia di essere controproducente Sfruttati e vessati la vita infame dei «neri» nella terra dei caporali Venticinque euro al giorno per spezzarsi la schiena e raccogliere arance nei campi controllati dalla 'ndrangheta. Tutti sanno e in troppi tacciono. (Marco Revelli, L'Unità)

A Rosamo esiste un gioco chiamato «andare per marocchini», altri lo chiamano «il gioco della Nazionale». Per partecipare bisogna andare in gruppo sugli scooter con i bastoni - appunto lungo la via Nazionale - sfrecciare accanto ai migranti che la percorrono a piedi di ritorno da lavoro, prendere la mira e picchiarli, proprio come i giocatori di polo con la palla. (Celeste Costantino, Il Manifesto)

Sono profondamente addolorato da quanto sta avvenendo a Rosarno. Mi vergogno di essere calabrese, perché è indegno che i migranti siano buoni quando devono raccogliere agrumi e, per il resto, sono maltrattati e vilipesi come esseri umani. Ad ogni modo, a Riace e Rosarno ci sono due Calabrie diverse. Se Wim Wenders ha definito utopia quella di Riace, il mondo, compreso Rosarno è una pazzia (Intervista al sindaco di Riace Mimmo Lucano)

Mandiamoli a quel paese. Maroni ha ragione: è ora di fare rispettare le leggi. Troppa tolleranza. Tutti - a maggior ragione gli europei - si sforzano di respingere prima che gli immigrati la troppa tolleranza. Sene faccia una ragione il dolce Agazio. Diversamente, di questo passo, un giorno o l'altro si ritroverà un sindaco leghista anche a casa sua. A Reggio Calabria (Maurizio Belpietro, Libero)


Rosarno, Italia cinquemila immigrati, in gran parte irregolari, pagati (quando va bene) 18 20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro a raccogliere a grumi, ammucchiati in ex fabbriche senza acqua e senza luce, sfruttati da imprenditori e mafiosi, dimenticati da enti locali e istituzioni regionali e nazionali. Val di Non, Italia settemila immigrati, tutti regolari, pagati 6,90 euro all'ora per 8 ore di lavoro a raccogliere mele, con vitto e alloggio assicurato dai datori di lavoro, sotto il rigoroso controllo della provincia di Trento e dei Comuni della zona Dietro alla drammatica rivolta degli immigrati africani della Piana di Gioia Tauro, dietro la reazione degli abitanti, sfociata ieri sera m due feroci gambizzazioni, c'è ancora una volta questa Italia spaccata in due, in questo Paese che, come ha denim ciato più volte il capo dello Stato, viaggia a velocita diversissime (Tony Mira, L'Avvenire)

08 gennaio 2010

"A casa sti niri"...E a Rosarno si è aperto il vaso di Pandora


La rivolta degli immigrati in Calabria: miseria, violenza e disperazione

di Domenico Naso Farefuturoweb

Bando ai buonismi e alle cose non dette: in Italia esiste la schiavitù. E più precisamente a Rosarno, cittadina di quindicimila abitanti nella piana di Gioia Tauro. Questo piccolo lembo di Calabria ospita ben cinquemila extracomunitari, che ne fanno, secondo un rapporto di Medici senza frontiere, la terza zona in Italia per densità di stranieri in rapporto alla popolazione residente dopo Napoli e Foggia. Ventitré nazionalità diverse per un popolo di disperati che affolla le campagne. Raccolgono agrumi e pomodori, gli immigrati di Rosarno, svolgendo un lavoro massacrante che gli italiani non vogliono più fare. Poco male, se non fosse che le condizioni di lavoro e di vita di questa gente sono ben al di là del limite accettabile in un paese civile. Una giornata lavorativa dura molte ore, troppe. E il compenso non supera mai i 20 euro. E poi, finito il lavoro nei campi, nel buio della campagna calabrese migliaia di immigrati tornano a casa a piedi, affollando le strade come un esercito di zombie. E di casa, in realtà, nemmeno l’ombra, visto che vivono in capannoni industriali in disuso, senza materassi, acqua, luce e gas. Né servizi igienici.

Come se non bastasse, e in realtà basterebbe eccome, a volte passa una macchina piena di giovanotti calabresi che sparano sugli immigrati. E non è razzismo, o almeno non solo. Spesso è una vendetta dovuta al mancato pagamento dell’obolo richiesto dalla criminalità. Ed è quello che è successo ieri sera. Qualche colpo da una macchina in corsa, un paio di immigrati feriti e poi la rivolta.

Centinaia di extracomunitari si sono riversati per le strade di Rosarno, mettendo a ferro e fuoco la cittadina. Macchine rovesciate e danneggiate, una serata di paura e di violenza. Vetrine infrante e negozi saccheggiati, sembrava il Far West. Sbagliato, sbagliatissimo. Nessun motivo, nemmeno il più valido, giustifica l’uso della violenza. Tantomeno quando a farne le spese è la gente comune, i cittadini che con lo sfruttamento dei lavoratori africani di Rosarno c’entrano davvero poco.

Però il problema esiste, è enorme e forse una conclusione del genere era inevitabile. Anche perché quella di ieri sera non è stata la prima rivolta rosarnese. Ma senza dubbio è stata la più violenta. E allora, in una terra già reietta e maledetta, questi paria dalla pelle nera rappresentano la degenerazione di una società che non riesce a diventare integrata e multietnica. Ed è una coincidenza significativa anche la concomitanza tra la rivolta di Rosarno e la parata di ministri che a Reggio Calabria si impegnavano, giustamente, a investire di più nelle forze dell’ordine dopo la bomba al tribunale della città dello Stretto.

Ma la schiavitù degli africani di Rosarno è un problema che va affrontato con decisione. Perché in uno Stato civile, moderno e democratico, non si può tollerare che migliaia di persone vivano nell’indigenza più totale, senza il minimo di dignità che dovrebbe essere garantita non tanto da leggi, fondi pubblici o piani di integrazione, quanto dalla civiltà di ognuno di noi.

Chi conosce la realtà rosarnese, sa perfettamente che il vaso di Pandora scoperchiatosi ieri sera può ancora produrre molti effetti negativi. La disperazione e la miseria generano la violenza, ed è un assioma incontestabile confermato da millenni di storia dell’uomo. Niente, dicevamo, può giustificare una rivolta così cruenta. Niente può legittimare tutto questo. Ma se mentre parliamo di cittadinanza, integrazione, generazione Balotelli e via cantando, a Rosarno succede quello che è successo ieri, allora forse c’è ancora qualcosa che non va. È un problema culturale, prima di tutto. E, ça va sans dire, di criminalità organizzata.

Le prospettive future, però, non sembrano rassicuranti. Soprattutto se ci sarà ancora chi, come è successo ieri sera a Rosarno, inciterà le forze dell’ordine a sparare addosso ai rivoltosi. Più di un secolo dopo le cannonate milanesi di Bava Beccaris, in alcune zone del nostro paese non si è ancora capito che il disagio sociale e la violenza vanno sconfitti con buonsenso e giustizia, non repressi con altrettanta violenza.
Qualcuno si occupi dei servi della gleba di Rosarno, dunque, se vogliamo che il nostro paese sia davvero e definitivamente, un paese normale e civile.

La Calabria sprofonda




Nel breve volgere di poche ore viene fuori tutta la complessità della situazione socioantropologica in terra bruzia. E' una lady 'ndrangheta a posizionare l'ordigno dimostrativo alla Procura generale. L'attacco al cuore della magistratura fa rumore. Si mobilitano brandelli di società responsbile. La parlamentare del Pdl Angela Napoli denuncia con nomi e cognomi i trasformisti in predicato di fare il salto della quaglia alle prossime regionali. Dopo poche ore dall'annuncio dei provvedimenti eccezionali varati dal governo con il potenziamento degli organici e l'invio di 8 magistrati in città, a pochi chilometri dal capoluogo di provincia scoppia la rivolta dei migranti, prettamente impiegati nel settore agricolo e nella raccolta degli agrumi che vivono in condizioni di degrado e di sopraffazione e sono sottoposti ai soprusi e alla sopraffazione 'ndranghetista. Sono molti di più di 1500, quelli ufficialmente censiti. Le violenze della ribellione naturalmente sono ingiustificabili e figlie di del degrado e del ricatto in cui vivono gli immigrati. E' successa una rivolta, impensabile da queste parti. Si è ripetuto l'episodio di Castelvolturno, naturalmente amplificato ed esasperato da anni di angherie subita e retiterata.

Naturalmente la coabitazione sarà impossibile, dopo le scene di guerriglia urbana. Prevarrà la risposta muscolare del law and order, quella del sensazionalismo, oltre che della rappresaglia per ritorsione, della propaganda politica. Da mesi è attivo un cordone sanitario-sociale di volontari che agiscono dove lo Stato e gli Enti locali latitano. La guerra etnica è sbarcata in Calabria. Ci saranno sempre meno margini di dialogo e chiunque tenterà di fare ragionare sarà tacciato di fare il gioco dei migranti che devastano la città. E pensare che viene magnificata l'accoglienza dei calabresi. Tutta letteratura. Il presente è una terra straniera, aspra, inospitale.

07 gennaio 2010

LA BOMBA A REGGIO CALABRIA, LA CAMPAGNA ELETTORALE, IL PONTE, LA QUESTIONE MAFIOSA



di Danilo Chirico e Alessio Magro (daSud onlus)

La ‘ndrangheta è in difficoltà, sente addosso tutto il peso dell’attività della magistratura reggina. E reagisce. Non in maniera disordinata e avventata, come qualcuno vorrebbe far credere. Ma in maniera ragionata. Le cosche reggine alzano il livello dello scontro – a costo di pagarne le conseguenze in termini di esposizione mediatica – perché pensano di poter raggiungere dei risultati. Spetta a tutti, nessuno escluso, impedire che questo accada.
L’attentato di Reggio è certamente un attacco diretto alla magistratura reggina che sta colpendo in maniera sistematica gli uomini e i patrimoni delle cosche: catture di latitanti, sequestri e confische di beni (in tutta Italia), inchieste su droga e appalti. E probabilmente non è un caso che l’obiettivo sia la procura generale, uno dei centri nevralgici dell’intero sistema: dalle mani del procuratore generale Salvatore Di Landro e dei suoi sostituti passano i provvedimenti per le confische e arriveranno importantissimi processi (dall’omicidio Fortugno al porto di Gioia Tauro).
A tutti i magistrati reggini che lavorano con passione, serietà e impegno vanno pertanto la nostra solidarietà e il nostro sostegno. Non rituali.

Una sfida a tutti
La bomba alla Procura generale di Reggio Calabria è contro i magistrati, ma colpisce tutti. E’ una bomba contro la democrazia. Si sente, seppure ancora lontano, l’eco delle bombe di Cosa nostra che cercava (e a volte trovava) sponde nello Stato, qualcuno avverte l’eco delle trame eversive di questo Paese che hanno trovato in Calabria e nella ‘ndrangheta significativi punti di riferimento.
Soprattutto si percepisce un clima strano, pericoloso, al quale siamo già stati abituati (il pensiero corre alla bomba inesplosa al Comune di Reggio Calabria, nel 2004). Purtroppo. E forse è significativo che la bomba sia stata piazzata in un momento cruciale per i destini della Calabria: a poche settimane dalle elezioni regionali, a poche settimane dall’apertura dei cantieri del Ponte sullo Stretto.

Nel 2005.

Facciamo un passo indietro. Una campagna elettorale molto tesa quella di cinque anni fa, preceduta da un lungo anno di veleni ed ulteriori tensioni. Dall’agguato all’allora assessore del centrodestra Saverio Zavettieri, il clima diventa pesante. Una campagna elettorale lunghissima, tanto che l’attuale governatore Agazio Loiero annuncia la sua discesa in campo nella primavera del 2004. Tanti mesi di preparazione, forse troppi. Si respira aria da scontro all’ultimo sangue, si intuiscono movimenti sotterranei e attriti nell’universo della ‘ndrangheta.
È in quel clima che nasce nell’estate del 2005 l’idea di daSud, un laboratorio culturale, un punto di vista per recuperare la memoria della nostra Calabria e interpretare il presente. Volevamo capire cosa stesse succedendo, ci aspettavamo che accadesse qualcosa. Era nell’aria. L’omicidio di Franco Fortugno arriva prestissimo. Un terremoto. Un big bang. Quella tragedia ha prodotto un effetto positivo: di ‘ndrangheta oggi si parla. Solo dal 16 ottobre del 2005 la ‘ndrangheta è l’organizzazione criminale più potente d’Europa. Libri, reportage, inchieste, documentari, il livello di attenzione è certamente cresciuto.

Oggi.
Oggi, come nel 2005, si avvertono movimenti e tensioni tra le organizzazioni criminali, che hanno perso per strada boss e capobastone, che devono trovare la forza di riorganizzarsi, che sono in difficoltà sotto i colpi della magistratura. E che, nonostante ciò, continuano a determinare i processi economici, politici e sociali di interi pezzi di territorio. Come nel 2005 la situazione è esplosiva. Il consiglio regionale uscente è stato scosso dall’attentato di Locri, si è trovato a dovere affrontare una situazione di emergenza. Il consiglio regionale che verrà ha una responsabilità in più: dopo la bomba di Reggio Calabria - ultimo anello di una serie di segnali preoccupanti e inquietanti - nessuno può fingere di non vedere e non capire.
Eppure questa consapevolezza sembra di pochi: la questione ‘ndrangheta è ai margini del dibattito politico (persino di Fortugno quasi nessuno parla più) e purtroppo le vuote parole di circostanza di queste ore non fanno altro che confermare lo smarrimento generale della classe dirigente e politica.

Alcune questioni in campo.

Al governo, che pure con i ministri Maroni e Alfano ha manifestato preoccupazione per quello che è avvenuto in punta allo Stivale, vorremmo segnalare che non sono sufficienti le missioni reggine a sostegno di chi sequestra e confisca i beni mafiosi se poi si votano provvedimenti che ne facilitano il ritorno nelle mani dei boss. Così come vorremmo sapere perché si fanno orecchie da mercante di fronte alle reiterate richieste dei magistrati di più uomini e risorse per combattere la guerra contro la ‘ndrangheta.
Ai dirigenti politici di questa regione chiediamo invece che la futura assemblea calabrese venga eletta con un voto chiaro e consapevole. Sarebbe un perseverare diabolico il ricorso al clientelismo, che gioco forza da noi si traduce in voto di scambio con la ‘ndrangheta. Dopo l’omicidio Fortugno, dopo la bomba alla procura generale non si può più dire di non sapere. Ecco perché chiediamo alla politica e ai partiti di fare una scelta di trasparenza, di indicare i criteri di scelta dei candidati, di usare le forbici dove occorre, di non tapparsi il naso e quindi costringere gli elettori a farlo. Di pronunciare parole chiare e non equivoche e di essere conseguenziali nelle azioni. Non è antipolitica: il nuovo spesso è peggio del vecchio, quello che chiediamo è assunzione di responsabilità e non demagogia. Perché l’errore più grave è pensare di poter governare la Calabria senza la partecipazione costante della gente. Lo si è fatto e lo si potrebbe fare ancora, ma ad un prezzo altissimo: la politica non è più credibile. La partecipazione c’è se la politica è credibile, e la politica sarà credibile solo se, oggi più che mai, saprà indicare con trasparenza e responsabilità le liste dei candidati alle prossime regionali. Quelle del dopo Fortugno, del dopo attacco ai magistrati.

Il Ponte.

Un’altra riflessione. In questo periodo pre-elettorale sembra passare sottotraccia la questione mafiosa legata ai lavori per il Ponte sullo Stretto. Ma non era stata proprio l’annuncio dell’avvio dei lavori una delle ragioni a fare scoppiare la seconda guerra di mafia nel 1985?
Il nuovo avvio dei lavori è stato annunciato il 23 dicembre scorso, i cantieri potrebbero effettivamente partire in piena campagna elettorale. Ancora poco è stato detto sul modo in cui la politica calabrese intende impedire alla ‘ndrangheta di fare quello che ha fatto in quasi tutti gli appalti pubblici degli ultimi 40 anni, e cioè infiltrarsi e speculare, così come è stato per i lavori di ammodernamento dell’A3 e della statale 106.
Come? Un quesito che rivolgiamo ai partiti del centrodestra che il Ponte lo vogliono, e a quelli del centrosinistra che ufficialmente si oppongono – e che si avviano, peraltro in maniera goffa, a partire dalle primarie del 17 gennaio, a scegliere il candidato governatore – alle associazioni e alle grandi organizzazioni, alla magistratura, al mondo della cultura, agli addetti ai lavori, e non certo per ultimi ai cittadini.

Noi il Ponte non lo vogliamo.
Al quesito rispondiamo subito, per trasparenza e correttezza: sposiamo la scelta del movimento No Ponte. L’associazione daSud è scesa in piazza il 19 dicembre a Villa San Giovanni per tre motivi. Il Ponte non lo vogliamo perché non c’è spazio nella nostra idea di futuro per un’opera inutile e dannosa come il Ponte, perché pensiamo che sia la risposta sbagliata ai tantissimi giovani emigrati che fuggono dalla Calabria, quei tantissimi giovani che animano la nostra associazione un po’ ovunque nelle città della diaspora calabrese del Centro-Nord. E il Ponte non lo vogliamo perché crediamo che la società calabrese, e la politica che ne è lo specchio, non abbia sviluppato gli anticorpi necessari per evitare che, parafrasando una celebre frase, il Ponte unisca due cosche piuttosto che due coste. Qualcosa di simile è già successo al tempo del Quinto centro siderurgico: un megaimpianto calata dall’alto e di dubbia efficacia, appalti da record, poi il fallimento, le promesse disattese, i miliardi a finanziare la “cosa nuova” della ‘ndrangheta reggina e calabrese. Come abbiamo ricordato con un dossier speciale sull’archivio web Stopndrangheta.it (di cui siamo co-animatori), all’epoca venne in pompa magna Giulio Andreotti per la posa della prima pietra a Gioia Tauro (con tanto di caffè nell’hotel dei Piromalli). Quella prima pietra è poi tornata a Roma, con una manifestazione di protesta al seguito. Non vorremmo ripetere la scena, ed è purtroppo questa la nostra previsione. Non tocca a noi dare ricette e non lo facciamo, diciamo però che bisognerebbe trovare le risposte partendo dal basso, dai giovani che sono rimasti e da quelli che sono andati via ma continuano ad amare la nostra terra, dalle idee.

Ponte sullo Stretto, al centrodestra l’onere della prova.
Al centrodestra, che con il candidato governatore Giuseppe Scopelliti è pienamente in linea con la strategia delle grandi opere di Silvio Berlusconi, chiediamo di spiegare ai cittadini – ma nel dettaglio perché quei miliardi sono davvero tanti, una cosa mai vista – come si intenda vigilare, in una regione che da quanto emerge dalle inchieste giudiziarie appare assolutamente permeabile alle penetrazioni criminali. Scartata d’ufficio la lunardiana convivenza con la mafia, il Pdl ha l’onere della prova: dimostrare che è possibile evitare le infiltrazioni delle cosche. Un’assunzione di responsabilità da prendere prima del voto, con tutto quello che ne discende.

Ponte sullo Stretto, il centrosinistra e le primarie

Al centrosinistra le richieste sono molteplici. I partiti dell’area sono schierati ufficialmente contro la costruzione della megaopera. Ma alla manifestazione del 19 dicembre c’erano vuoti inspiegabili e incolmabili. Perché? Un quesito che è rivolto in primo luogo ai candidati che corrono per le primarie: è una scelta importante, e i cittadini devono scegliere conoscendo le posizioni dei partiti e dei candidati sulla questione del Ponte.
Un tema che riteniamo prioritario in questa campagna elettorale. Ecco perché chiediamo ai partiti del centrosinistra di essere conseguenti, coerenti, di esprimere con forza e costanza le proprie posizioni, di spiegare agli elettori in che modo intendano portare avanti l’opposizione al Ponte. Impegni precisi in campagna elettorale (a prescindere dalle alleanze future) e responsabilità dopo il voto.

Un appello generale.
Ma l’appello è generale: partiti, sindacati, associazionismo e terzo settore, movimento antimafia, società civile, singoli e comunità, vorremmo che la discussione sulla bomba a Reggio, le elezioni regionali e il Ponte fosse plurale e quanto mai varia. Vorremmo che ci fosse un dibattito su di noi, su una nuova identità meridionale. Molto c’è ancora da fare per esempio per recuperare la memoria della migliore Calabria che è stata, della meglio gioventù calabrese come amiamo definirla: una sfida che daSud percorre fino in fondo per colmare una lacuna storica della società calabrese, quella di dimenticare se stessa. Un percorso condiviso con diversi pezzi della realtà calabrese, come la Cgil, Libera, l’associazionismo, il mondo degli artisti e tanti ancora. Un percorso che altri portano avanti in parallelo, con grandi meriti.
Molto è cambiato, anche se gli effetti della nostra dimenticanza continuano a produrre enormi distorsioni. Capita ancora di leggere sulle cronache nazionali ricostruzioni miopi e fuorvianti della società calabrese, che non colgono quello che di buono c’è. E non aiutano. Come se l’anti-‘ndrangheta non fosse mai esistita prima dell’omicidio Fortugno. E invece la nostra terra ha una lunga tradizione di lotte antimafia, nella Locride e nella Piana di Gioia Tauro, tante e tante battaglie civili dal dopoguerra ad oggi. È da lì che bisogna ripartire. Una Calabria che ancora nessuno racconta. E non c’è più tempo.

questo articolo è stato ospitato oggi dal Quotidiano della Calabria in prima pagina

06 gennaio 2010

05 gennaio 2010

Il Fantamorto e l'ironia esorcizzata del Web



Per chi non si lascia impressionare dal tema escatologico della morte, è nato spontaneamente su Internet il Fantamorto. Il gioco è semplice. Dal 15 dicembre al 15 gennaio è possibile scommettere dal 15 dicembre al 15 gennaio: ogni giocata deve comprendere i nomi di dieci personaggi famosi delle quali si pronostica la morte entro la fine dell'anno. Vince chi alla fine dell'anno ha totalizzato più punti, azzeccando più morti celebri. Se non vi lasciate andare ai facili scongiuri.

04 gennaio 2010

A Reggio Calabria le cosche contro i magistrati



di Roberto Galullo "Sole 24ore"

Dal 30 novembre 2009 nella Procura generale di Reggio Calabria il vento è cambiato. Quel giorno si è insediato il nuovo procuratore generale, Salvatore di Landro, il primo reggino a ricoprire quel ruolo dopo oltre 20 anni. Il primo, soprattutto, che non sarà un capo di passaggio.
Quel giorno le cosche reggine – che da sempre puntano le proprie carte sul tavolo dei poteri politici e giudiziari – hanno capito che il vento non avrebbe più soffiato a favore, come spesso accadeva, ma sempre contro.
In contemporanea con l'arrivo di Di Landro, una serie di magistrati esperti e capaci ha arricchito gli uffici della Procura portando una linfa nuova e diversa rispetto al passato.
La prima cosca a capire che il vento è cambiato è stata quella di Teodoro Crea, di Rizziconi, detto Zio Paperone per l'enorme ricchezza accumulata nei decenni dalla sua famiglia. Una ricchezza accumulata senza avere paura di uccidere e seminare terrore. Neppure un mese fa la Dia di Reggio Calabria ha assestato a questa cosca l'ultimo colpo economico: tre milioni di euro sequestrati. Bazzecole ma comunque uno sgarro inaccettabile per chi tiene più al portafoglio che ai familiari.
E' presto per dire se dietro l'attentato di ieri notte presso gli uffici giudiziari (una bomba ad alto potenziale fatta esplodere intorno alle 5 della mattina dopo che le telecamere a circuito chiuso avevano ripreso due uomini in moto) ci sia la mano della famiglia Crea, le cui diramazioni nel Nord Italia sono sempre più articolate, ma con il passare delle ore prende quota la matrice ‘ndranghetista.
A spaventare le cosche reggine è un piccolo cambiamento del codice di procedura penale. Una modifica piccola all'articolo 599, passata inosservata agli occhi dei più ma non agli occhi delle raffinate menti della ‘ndrangheta e delle mafie. Dal 27 maggio 2008, infatti, non è più possibile il patteggiamento in appello che, prima, era possibile con il consenso della Procura generale.
Un riga cancellata con l'approvazione del pacchetto sicurezza che ai boss di mafia da più fastidio di un colpo di pistola, perché li priva del potere di trattare la pena e strappare, come nel passato, sostanziosi e incredibili sconti. E le conseguenze di quella piccola ma vitale (per la Giustizia) modifica cominciano a farsi vedere ora.
Se ne sono accorti subito i Crea, a esempio, l'8 giugno 2009, allorchè è stata confermata in appello a Reggio Calabria la condanna a 10 anni di reclusione per il reato di estorsione al superboss Zio Paperone e sono state confermate le condanne a 9 e 10 anni ai figli.
E se c'era una Procura in Italia in cui si assisteva a incredibili sconti di pena in appello, ebbene quella era la Procura di Reggio Calabria. Il 26 aprile 2001 sette magistrati – tra cui Nicola Gratteri che della lotta alla possibilità di patteggiare le pene in appello ha fatto una battaglia personale, ma anche Roberto Pennisi, Salvo Boemi, Alberto Cisterna e Vincenzo D'Onofrio – spedirono al Csm e alla Procura di Reggio Calabria una missiva dai toni durissimi in cui si stigmatizzava la riduzione di pena ai due boss della cosca Piromalli della Piana di Gioia Tauro. Giuseppe, che in primo grado aveva ottenuto una condanna a 21 anni se la vide ridotta a 11 mentre suo nipote Gioacchino da 11 anni scese a 4,5 anni.
Dopo quella lettera ce ne furono altre, così come in precedenza (correva il 1997) era stata la Procura di Palmi a criticare pesantemente l'atteggiamento della Procura generale di Reggio Calabria.
Il vento cominciò a cambiare ma le resistenze interne erano più forti delle spinte centrifughe di ortodossia processuale.
Si è dovuto attendere il 30 novembre 2009 per capire che in una città perennemente battuta dal vento come Reggio Calabria, il vento della Giustizia avrebbe soffiato nella stessa direzione: nessuno sconto di pena e, soprattutto, indirizzi univoci dal capo della Procura affinchè quello che i magistrati costruiscono di giorno, soprattutto quelli impegnati nella lotta alle ‘ndrine, non venga distrutto di notte dal lavoro oscuro di chi in Procura seguiva magari in precedenza altri venti e venticelli.