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L'antimafia, i forcaioli e la Calabria respingente
Chi vuole mandarmi via dalla Calabria?
di Piero Sansonetti
Sono sempre più complicate le vicende che riguardano la libertà di informazione. A volte incomprensibili, a volte inestricabili. Assai complicate dal fatto che chiunque partecipi alla polemica non è molto interessato, in genere, agli argomenti in discussione, ma è solo preoccupato di schierarsi con la sua squadra. Se è di destra si schiera con Berlusconi se è di sinistra contro.
Devo dire la verità: a me non è sembrata per niente chiara neanche la vicenda Fazio-Saviano-Benigni. Ha sollevato un iradiddio, ma leggendo i giornali non sono riuscito a farmi una idea. I giornali di sinistra – diciamo così: di sinistra, anche se avrei molto da discutere… – sostengono che la Rai sta boicottando la trasmissione di Fazio perché antiberlusconiana. E capite bene che se le cose stanno così non è un fatto positivo. I giornali di destra sostengono invece che per questa trasmissione Saviano aveva chiesto un compenso di 240 mila euro (per quattro puntate) e Benigni di 350 mila euro (per una sola puntata) e del compenso di Fazio non si sa bene. Capite che se davvero fosse così, e se la Rai si fosse opposta per ragioni economiche, tutta la scena cambierebbe, e a fare la figuraccia non sarebbe più la Rai ma Saviano e Benigni, cioè due personaggi molto importanti e autorevolissimi dell’intellettualità italiana.
Io francamente non riseco a capire chi ha ragione, perché i giornali di sinistra non fanno cenno a questi compensi, e i giornali di destra non fanno accenno, e neanche smentiscono, però, il veto berlusconiano del quale parla Saviano.
Come ci si può orientare? È ragionevole conoscere la verità? Se davvero Saviano e Benigni prendono quelle cifre, francamente mi pare un po’ difficile chiedere alle masse popolari di scendere in piazza a loro difesa, visto che in genere un bravo impiegato o un operaio (cioè i componenti delle masse popolari), per guadagnare 350 mila euro ci mettono più o meno 15 anni. Se invece Saviano e Benigni, come sarebbe logico, prendessero solo poche centinaia (o al massimo migliaia di euro) allora è giusto che scatti la protesta. Così come è sicuramente giusta una protesta, anche piuttosto forte, contro il fatto che il premier (che si batte per la propria impunità, col lodo Alfano) pretende poi di portare in tribunale la Gabanelli. È una cosa insensata: se il premier pensa che un premier debba restare fuori dai palazzi di Giustizia, per evitare interferenza tra i poteri dello Stato, è chiaro che questo vale sia se è accusato ma anche se è accusatore. Se Berlusconi vuole fare causa alla Milena Gabanelli aspetti che si concluda il suo mandato.
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Luca Telese, sul Fatto, mi accusa di essere un servo di Berlusconi e addirittura “un agente provocatore”, perché nella trasmissione di Vespa sul caso “Annozero” non ho mandato anch’io affanculo Masi, ma mi sono limitato a criticarlo con toni gentili. Vorrei fare una osservazione e una domanda. L’osservazione me l’ha suggerita Saviano, il quale l’altra sera ad “Annozero” ha detto che se uno va in Tv è bene che sia pagato perché solo se è pagato poi il pubblico e i commentatori hanno il diritto di criticarlo. Rivendico il lodo- Saviano: io quando vado in Tv non vengo mai pagato, e dunque non esiste il diritto di critica nei miei confronti! Taci, o Telese!
La domanda agli amici del Fatto è questa: ma questo Telese è omonimo di quel Luca Telese che fino a un annetto fa era una firma di punta del Giornale? Io personalmente da Berlusconi, in tutta la mia vita, ho preso 300 euro per un articolo che scrissi tre anni fa su Panorama. Ben pagato, devo dire. Quel Luca Telese omonimo di Luca Telese mi sa che ha beccato qualche euretto di più… Direte: ma il lavoro è lavoro, uno che fa il giornalista lo fa ovunque. Beh, io – che pure sono venduto a Berlusconi – quando me ne andai da Liberazione ebbi offerte di lavoro dal Giornale, da Libero, e dal Foglio, tutti quotidiani che ritengo rispettabilissimi, ma siccome erano giornali di destra, o comunque moderati, preferii accontentarmi dell’assegno di disoccupazione.
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Mi accusano di avere licenziato da Calabria Ora – un giovane giornalista antimafia. Io non ho licenziato nessuno. Questo giornalista nelle settimane scorse ha inventato clamorosamente delle notizie che mi riguardavano, e ha avanzato sospetti sulla mia simpatia per la mafia. Per ovvi motivi lo ho querelato, ma mi sono ben guardato dal sollecitare misure disciplinari. Nessuno degli atti di questa vicenda è avvenuto nella riservatezza, tutto in pubblico, e quindi è facile verificare ogni passaggio: il Cdr di Calabria Ora e anche la Fnsi calabrese sanno perfettamente che ho fatto di tutto per evitare provvedimenti nei confronti di questo giornalista e anche per impedire il suo trasferimento da Reggio a Catanzaro (che pure era abbastanza logico) vista la sua ferma opposizione. L’editore però non era d’accordo con me e lo ha licenziato. I sindacati, se lo riterranno opportuno, potranno intervenire.
Tutta questa vicenda si è particolarmente arroventata per varie ragioni. La principale credo che sia stato il mio noto e insopportabile garantismo. Nei giorni scorsi avevo pubblicato un ampio articolo su Calabria Ora intitolato “Antimafia sì forcaioli no”. È successo un putiferio. Per settori non piccolissimi della sinistra, soprattutto in regioni come la Calabria, dichiarasi garantisti è un po’ come dichiararsi mafiosi. Per esempio dubitare che – in assenza di informazioni contrarie – il presidente della Regione Scopelliti sia un leader indiscusso della ‘ndrangheta, equivale a una ammissione di affiliazione alle cosche. Bé, vi dico la verità: sono venuto in Calabria per fare il giornalista e continuerò a farlo come lo facevo a Roma, resterò garantista, combatterò i linciaggi, le gogne, e le orge dei sospetti. Se vorranno possono sempre cacciarmi, per me non sarà la prima volta…
21 ottobre 2010
La Calabria sottosopra
«La ’ndrangheta è viva e marcia insieme a noi». La frase era su uno striscione portato da una ragazza quindicenne nella marcia contro la ‘ndrangheta sabato 25 settembre a Regggio Calabria. Uno slogan che riassume completamente la situazione della Calabria di oggi e che Nino Amadore, giornalista del Sole 24Ore che da anni segue quella regione per le pagine locali del suo giornale, prova a indagare nel libro in uscita per i tipi della casa editrice Rubbettino di Soveria Mannelli (Catanzaro) che appunto si intitola “La Calabria sottosopra” (115 pagine, 12 euro). Il volume, già in libreria, è un’inchiesta sulla contaminazione culturale che la ‘ndrangheta ha saputo organizzare, permeando con i suoi uomini tutto ciò che era possibile permeare.
Un libro che prova a raccontare le conseguenze concrete del sottosviluppo mafioso cui non sono estranee le scelte e le azioni di una classe dirigente troppo a lungo legata direttamente ai famigli delle ‘ndrine o alla loro subcultura mafiosa. Ma anche una classe politica che si è allenata, a destra come a sinistra, a rappresentare interessi molto spesso opachi, molto spesso della ‘ndrangheta. Così la rappresentanza dell’illegalità è diventata un fatto naturale, scontato, tanto da far apparire ai più folle chi osa ribellarsi al potere costituito che qui non è lo stato ma il potere parallelo. La ‘ndrangheta, certo, ha capito prima degli altri che bisognava attrezzarsi e non farsi travolgere dal futuro: ha mandato i propri figli a studiare, ha occupato l’università più predisposta a certe operazioni come quella di Messina, ha fatto valere il proprio potere sul mercato degli scambi criminali con la mafia siciliana. La ‘ndrangheta si è quasi fatta classe dirigente in enti locali, province, unità sanitarie locali e mutuando i riti massonici o entrando a pieno titolo nelle logge ha portato i propri uomini nei salotti buoni. E così anche chi si credeva esente da certo malaffare criminale, come la provincia di Cosenza, non lo è più. Anche il migliore degli esperimenti come l’Università di Arcavacata a Rende, esempio di convento laico per una possibile e liberale classe dirigente del domani, ha dimostrato tutti i limiti.
Una regione che è un nodo da sciogliere perché è la dimostrazione concreta, dati alla mano e storie a bizzeffe, di come non sia possibile in Italia un vero federalismo fiscale che veda gli enti locali protagonisti per esempio della caccia agli evasori fiscali: ve lo immaginate un sindaco eletto in Calabria con i voti delle famiglie mafiose andare in cerca di evasori fiscali?O vi immaginate quel giovane primo cittadino, un professionista, il quale pur di essere eletto dice candidamente che la lotta alla ‘ndrangheta spetta allo Stato e non ai Comuni? Per non parlare degli imprenditori: alcuni (pochi) che provano a lanciare messaggi antimafia, qualche altro come Pippo Callipo che ne fa una battaglia umana, passionale, personale ma poi la butta in politica, qualche altro che pensa di darla a bere a tutti cercando alibi per continuare a fare quello che ha sempre fatto: il colluso. Pochissimi si presentano in questura o dai carabinieri per denunciare il racket o pressioni sugli appalti. C’è tutto questo e altro ancora nel libro di Amadore. Il quale indaga senza pregiudizi ma anche senza voler nascondere nulla. E guarda la Calabria ancora dal bar Bristol, il locale di fronte all’Università di Messina dove i giovani rampolli di ‘ndrangheta si fermavano a chiacchierare e qualche volta a decidere grandi strategie. Criminali.
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