13 gennaio 2011

Oggi era impossibile. Ce l'hanno fatta

da nonleggerlo.blogspot.com

Oggi 13 gennaio 2011 il Pd avrebbe potuto assumere le sembianze - almeno per un giorno - del partito più fico d'Europa. A Mirafiori migliaia di operai Fiat dovranno decidere del loro futuro, mentre a Roma la Corte Costituzionale ha decapitato l'ennesima legge vergogna del Premier Berlusconi. Ecco, sarebbe bastato fare una pernacchia a Marchionne ed intonare una filastrocca su Silvio "l'impunito" per farsi belli agli occhi del Paese. Sarebbe bastato mostrarsi uniti almeno per qualche ora, diamine, almeno in queste ore, per guadagnare punti ed un briciolo di credibilità, agli occhi di operai ed elettori. Invece no, il peggior centrosinistra del Continente ce l'ha fatta anche stavolta: ha rubato la scena al Cavaliere - in peggio naturalmente - e ne ha attutito i dolori. Una serialità masochista che lo so, non dovrebbe, ma sa ancora sconvolgermi: perché non solo sono riusciti a non cavalcare una giornata come questa - ce l'avrebbe fatta anche la minoranza maoista uzbeka - ma sono persino riusciti nell'intento di peggiorarla, la loro posizione, tra dubbi, polemiche, strappi, scazzi, ed abbandoni. E poi nel mondo si chiedono: ma come avrà fatto quel buffone di Berlusconi a resistere al potere per quasi 20 anni?

10 gennaio 2011

Caro estortore...un uomo chiamato Libero

"...volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere... Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui".

Diciannove anni fa Libero Grassi denunciava pubblicamente i suoi estortori. Oggi Confindustria Sicilia chiede il ritiro delle licenze per gli imprenditori collusi con la malavita. Forse il sacrificio di Libero Grassi non è stato del tutto vano.

06 gennaio 2011

Reggio, appalti, politica e 'ndrine

di Gianluca Ursini su LiberaInfromazione

Dagli arresti di dicembre al caso Fallara

«Aiutatemi , mi sento male, devo avere un infarto, presto ricoveratemi»; così Santi Zappalà aveva richiamato in tutta fretta le guardie carcerarie alla vigilia del Natale 2010, tre giorni dopo il suo arresto nell’ambito della retata “Reale 3” che il 21 dicembre ha visto scattare le manette ai polsi di 12 persone, tra le quali il consigliere regionale Pdl e sindaco di Bagnara, più quattro candidati delle liste che appoggiavano Peppe Scopelliti a presidente regionale: Francesco Iaria, Antonio Manti, Liliana Aiello e Pietro Nucera. «Stia tranquillo, lei non ha nulla, può tornare tranquillo a dormire, è sano come un pesce»; si è sentito rispondere dai cardiologi dell’ospedale ‘Riuniti’ di Reggio sullo Stretto, il politico di Bagnara Calabra, che forse si vedeva già trascorrere tra i familiari o agli arresti in ospedale o in clinica privata le feste natalizie.

Un boccone amaro come strenna natalizia; e, passate le feste, che per gli altri politici a piede libero hanno voluto dire bagordi come per tutti gli altri cittadini, appena il presidente regionale Scopelliti ha smaltito le calorie accumulate nei festeggiamenti per il nuovo anno, non ha perso tempo a scaricare l’ex consigliere recordman di voti alle regionali dello scorso marzo con 11mila preferenze. Zappalà va considerato estraneo al Pdl calabrese e le sue scelte di frequentare persone poco commendevoli (nell’ambito dell’inchiesta ‘’Reale’’ era stato intercettato mentre nel febbraio 2010 visitava in casa, agli arresti domiciliari, il boss Peppe Pelle a Bovalino, litorale jonico non distante dalla San Luca dove Pelle era nato dai lombi del “mammasantissima” Don ‘Ntoni Gambazza; a Pelle Zappalà andava a chiedere voti e appoggio per le elezioni in cambio di «un occhio di riguardo quando sarò lì», intendendo il consiglio Regionale a Reggio) vanno considerate estranee al corso che il centrodestra si sarebbe dato in Calabria; tanti saluti e grazie.

A Zappalà subentra Gesuele Vilasi, uomo di Forza Italia nel capoluogo dello Stretto da sempre fedelissimo dell’ex sindaco-ex missino. Abbandonati anche gli altri 4 politici arrestati alla vigilia di Natale che hanno trascorso in cella le feste; tanto che uno di loro non ha retto l’arrivo del nuovo anno dietro le sbarre ed ha tentato il suicidio. Antonio Manti, da Melito Porto Salvo, ragazzo poco più che trentenne, il primo dell’anno ha provato nella sua cella della casa circondariale di Palmi (litorale tirrenico reggino) di impiccarsi con il filo del telefono. L’intervento dei tre compagni di cella gli ha salvato la vita. I legali hanno fatto sapere dall’ospedale palmese che il ragazzo non versa in pericolo di vita e non ha intenzione di tentare altri gesti estremi; ma forse lo scoramento per essere stati scaricati dal Governatore così in fretta, dopo aver portato alla sua causa decine di migliaia di voti, tornerà a farsi viva.

Il caso Fallara

Così come scoramento aveva sopraffatto Orsola Fallara, scaricata in quattro e quattro otto dal neo presidente regionale nel dicembre scorso. La signora era dirigente tributi e Finanze del comune reggino, fedele alleata nei bilanci dell’ente dell’allora sindaco Scopelliti. Assunta per meriti professionali (come il fatto che il nipote Carmine Fallara sia in affari con il fratello dell’ex sindaco, Tino Scopelliti, con il quale stanno progettando un nuovo albergo a ridosso del Consiglio regionale calabrese) a chiamata diretta di Scopelliti, non aveva sostenuto concorsi; ma negli anni, per sostenere in giudizio in commissione tributaria le cause del Comune reggino, si era auto liquidata compensi da consulente esterna.

Per il Pd reggino che aveva denunciato lo scandalo, oltre un milione di euro solo per gli ultimi 18 mesi di gestione 2009 – 2010. La Fallara assicurò il 23 novembre di voler restituire l’intera somma per tutelare la sua dignità; a metà dicembre in una conferenza stampa-choc, annunciò le proprie dimissioni e «sconvolgenti novità nelle prossime ore». In quelle ore l’ex sindaco ora governatore si era detto amareggiato di aver scoperto cose «che mai avrei immaginato» da una persona con la quale aveva diviso 8 anni di amministrazione cittadina.

Insomma, il Pdl aveva scaricato la signora come se si fosse auto liquidata i compensi per anni, extra bilancio e senza consultare nessuno del Pdl. Per gli esponenti del Pd reggino, invece esistono le prove delle controfirme ai mega compensi liquidati, di Scopelliti e dell’avvocato Franco Zoccali, capo di gabinetto del Comune ora trasvolato in Regione come super consulente. Ma la signora Fallara è stato lasciata sola; giorno 17 dicembre si accorge che le hanno rubato il cellulare di lavoro come dirigente comunale, insieme con i documenti con cui doveva preparare una sua eventuale difesa in tribunale. La notte stessa, chiama i carabinieri per manifestare il suo intento di suicidarsi e dentro la sua Mercedes, al porto di Reggio, ingurgita un flacone di acido muriatico. La sua straziante agonia non durerà 48 ore.

«Questo caso si può classificare come la Roberto Calvi della Calabria, al femminile», commenta Paolo Pollichieni, ex direttore di Calabria Ora licenziato su direttiva del governatore Scopelliti, «ma tutti stanno facendo finta di niente». E molte cose ancora, sui rapporti tra politica e ambienti illegali e nascosti, ci verranno ancora dette da quello che dobbiamo ancora scoprire sui casi Zappalà e Fallara.

05 gennaio 2011

A che serve vivere, se non c'è il coraggio di lottare? (Pippo Fava)

L'Italia è un disco rotto

da Metilparaben prendo e condivido

Nel caso in cui non l'abbiate notato, negli ultimi mesi le prime pagine dei principali quotidiani italiani sono più o meno sempre uguali: Berlusconi dice che ha la maggioranza e quindi le elezioni non servono, Bossi risponde un giorno che non è vero e l'altro che se lo dice lui allora bisogna fidarsi e comunque staremo a vedere che succede domani, Bersani sottolinea che il governo è ormai alla frutta e che il PD sta per iniziare un'opposizione spietata, Di Pietro denuncia il fatto che il premier è un tiranno della peggiore risma utilizzando qualche colorita metafora, Fini viene accusato di aver fatto qualcosa di orribile e comunque di essere un traditore, Vendola si produce in una complessa narrazione della situazione politica utilizzando una percentuale di parole incomprensibili variabile tra il 40 e il 60% del totale.
Poi, il giorno dopo, la maggioranza di cui parla il Cavaliere ancora non si è capito bene quale sia ma lui insiste a dire che c'è, Bossi risponde l'opposto di quello che ha risposto il giorno prima e comunque staremo a vedere che succede domani, l'opposizione annunciata da Bersani ancora non è iniziata ma ci siamo quasi e allora vedrete di che pasta è fatto il PD, Di Pietro si imbatte in qualche contrattempo col suo partito rivelandosi un satrapo con i suoi più o meno quanto Berlusconi lo è col paese, qualche finiano difende il suo capo dalle nefandezze attribuitegli e ribadisce che comunque loro non hanno tradito nessuno, Vendola precisa il concetto del giorno prima incrementando progressivamente la percentuale di oscurità del lessico e la complessità delle immagini utilizzate.
Così, come per magia, tutto ricomincia da capo, e i malcapitati che ancora si prendono la briga di comprarsi il giornale vengono investiti dalla sgradevole sensazione di leggere tutti i giorni le stesse cose: nel frattempo il paese è cristallizzato in una sorta di dimensione atemporale, nella quale sembra che sempre che stia per succedere qualcosa di importante ma poi non succede mai niente, e i problemi si trascinano all'infinito, nella speranza che qualcuno, a un certo punto, decida di occuparsene sul serio.
Dite la verità: non vi sentite un tantino alienati anche voi?

04 gennaio 2011

Economia metapolitica

di Valerio Evangelisti


Affluirono capitali, però in larga misura speculativi, attratti dalla pacchia che si profilava. Il mercato immobiliare diventò un nuovo Far West, un oggetto di conquista. Tutto ciò, nelle intenzioni, sarebbe stato riequilibrato dalle materie prime dei Paesi assoggettati. Non fu così. Le guerre divennero pantani, incapaci di compensare ciò che costavano. La finanza crebbe oltre misura, con un volume di scambi insostenibile. Chi aveva venduto titoli di dubbia consistenza, confidando in un imminente rialzo dei tassi, restò deluso. I mutui sulle case furono le prime sabbie mobili delle eccessive esposizioni bancarie; seguirono altre voragini.
Gli istituti di credito, a quel punto, tirarono frettolosamente i remi in barca, dopo un paio di naufragi illustri. Vendettero all’estero quote di debito in abbondanza, confezionate in pacchetti che includevano consistenti percentuali di pattume. Troppo tardi. La crisi non era più ciclica, ma strutturale. Digiune di prestiti, le compagnie europee non abbastanza solide cominciarono a chiudere, quelle più forti a delocalizzare. Il dogma monetarista, affermatosi dopo il tracollo del campo socialista e socialdemocratico, vuole che il costo del lavoro sia il primo da comprimere nei momenti difficili. Così è stato. Ovviamente i consumi, nei paesi occidentali, sono crollati, in vista di discutibili eden futuri nelle potenze economiche dette emergenti (Cina, Brasile, India, in parte Russia).
Peccato che laggiù larghi settori di popolazione restino esclusi da ogni sviluppo, e dunque non in grado di assorbire l’intera sovrapproduzione dell’Occidente. Peccato altresì che, via via che le nuove potenze emergono, siano in grado di produrre cloni o evoluzioni degli stessi manufatti tipici dell’Ovest, a volte di altissimo contenuto tecnologico.
Caduta del saggio di profitto, sovrapproduzione. Tra queste due coordinate, e altre conseguenti, ecco i fondamenti di una crisi niente affatto volatile. Potrebbe rimediarvi solo il raggiungimento degli obiettivi economici prefissati con le avventure militari. Nulla lascia prevedere che ciò sia possibile. Aprire altri fronti di guerra, provarci di nuovo? Malgrado le ringhiose esortazioni del governo israeliano, e di alcuni Stati arabi (come rivelato da Wikileaks), nessuno al momento se lo può permettere.

Si è parlato di “crisi di sistema”. In parte è vero, ma se per sistema si intende il capitalismo in senso lato, finanziario e produttivo, questo mai cade da solo. Se non contrastato, ha molte armi per reagire e sopravvivere. In primo luogo limitare la propria appendice voluttuaria, la democrazia (2). Desta invidia, in numerosi osservatori occidentali, il modello russo. Limitazione drastica del controllo dal basso, nell’ambito di un assetto economico niente affatto socialista, affidato a strati privilegiati costruiti dall’alto, pezzo per pezzo (con epurazioni periodiche, sotto pretesti giudiziari, dei tasselli che non funzionano o si rivelano troppo ingombranti). Analoga ammirazione suscita il modello cinese. Gli strumenti della vecchia “dittatura del proletariato” al servizio di una crescita prettamente capitalistica (checché ne pensi Diliberto), con classi egemoni create ad hoc. Coloro che criticavano “da sinistra” il socialismo reale, asserendo che la facciata nascondeva le forme di accumulazione del sistema che diceva di combattere, avevano ragione da vendere.
La vecchia arma primaria con cui il capitalismo affronta storicamente le proprie crisi, l’autoritarismo, è verificabile in tutto il mondo occidentale, Unione Europea inclusa. Questa non fa che generare organi centrali di controllo economico sottratti a ogni vaglio democratico e investiti di pieni poteri. Il monetarismo, la UE lo ha elevato a dottrina centrale e indiscutibile addirittura per costituzione (costringendo a votare di nuovo chi si era espresso contro, fino a non fare votare per nulla la sua ultima riproposizione, il “Trattato di Lisbona”). I parlamenti sono stati esautorati delle loro prerogative attraverso limitazioni di mandato, o meccanismi di voto alterati sino a escludere opposizioni ostili alla filosofia di fondo. Ogni impegno è volto a impedire che i cittadini possano influire sulle scelte determinanti che li riguardano.
Naturalmente, l’effetto è più sensibile nelle fabbriche, la cellula autoritaria per eccellenza. Guai a ostacolare l’efficientismo dei padroni, salvo una trasmigrazione delle aziende. Si pisci di meno, si mangi di meno, si lavori fino allo sfinimento, dal giorno alla notte. Altrimenti produrremo (senza peraltro vendere) dove la forza-lavoro costa quasi un cazzo, e dove i diritti dei lavoratori confinano con quelli della prima rivoluzione industriale. Sindacati gialli, forti solo di una base di pensionati iscritti a forza per presentare la dichiarazione dei redditi, applaudono entusiasti. Due ipotesi alternative: o non hanno capito nulla, o hanno capito troppo e sono complici. Buona la seconda.
Ma come si fa, senza riuscire a vendere ciò che si è prodotto (per esempio automobili), a tenersi sul mercato? Il fatto è che il capitale finanziario ha finito col sovrapporsi al capitale reale. Hilferding lo aveva previsto, ma anche Marx lo aveva intuito (con la formula D-M-D: si rilegga il primo volume de Il Capitale per vedere cosa significa). La “M”, merce, è comunque uscita di scena. Paesi prosperi come l’Irlanda o la Spagna sono messi in un angolo, declassati da entità futili quali le agenzie di rating. Agenti fasulli e obbrobriosi, che solo una teoria forsennata come il monetarismo, privo di qualsiasi base scientifica (come aveva dimostrato il compianto Federico Caffè in Lezioni di politica economica, Bollati-Boringhieri, 1980), poteva formulare. Ebbene, proprio il monetarismo è la dottrina ufficiale dell’Unione Europea. Non conta quanto un Paese sia vitale e produttivo. Conta, per valutarlo, il suo indebitamento. Verso cosa? Verso un debito complessivo più grande. Tutti sono indebitati. Specialmente l’Africa, il continente più ricco di materie prime e di giacimenti. Guarda caso, sembra il più povero. I suoi abitanti fuggono al nord inseguiti dalla fame. Chi li perseguita? Una povertà naturale? No, il debito. Chi è ricco diventa povero, chi è povero diventa ricco. C’è qualcosa che non va.
Uno spettro si aggira per l’Europa e per il mondo: è un errore di calcolo. Non ha niente a che vedere con l’economia propriamente intesa, cioè con la ripartizione delle risorse tra gli appartenenti al genere umano, cercando di far sì che esistano beni per tutti. E’ una follia collettiva che va oltre le atrocità del capitalismo, cioè la versione moderna del rapporto tra padroni e schiavi. Siamo alla servitù delle cifre, si produca o no. Siamo servi di un registratore di cassa in mano altrui, che pare manipolato da un folle. Ma folle non è poi tanto. Sceglie quale classe colpire, per farla vittima delle sue bizzarre matematiche. E’ sempre la classe subalterna, quella dei salariati e degli stipendiati. Tutto si tocchi salvo i profitti e le rendite, essenziali ai fini dell’algebra astratta del regno della finzione economica. Dove chi non produce guadagna, chi produce soffre, chi sarebbe ricco è povero, chi è povero lo è per calcoli immateriali e per flussi di ricchezza inesistente fatti apposta per non beneficiarlo.
Il “debito pubblico” è un’astrazione legata a un’ideologia stupidissima, oggi l’unica insegnata nelle università – il “monetarismo”, più la sua variante volgare, la Supply Side Economy, cara a Reagan, alla Thatcher, a Pinochet – e il sistema, vergognoso, vi ha costruito sopra un intero edificio teorico. Smettiamo di essere servi di un pallottoliere privo di senso.
Ma ricordiamoci anche di un vecchio motto: “Senza la forza la ragion non vale” (Andrea Costa, Avanti!, 1881). Non è un invito al terrorismo, bensì un’esortazione a tenere le piazze con la determinazione del dicembre scorso.

NOTE

(1) Innocenzo Cipolletta, Banchieri, politici e militari, Laterza, 2010; Loretta Napoleoni, La morsa. Le vere ragioni della crisi mondiale, Chiarelettere, 2009.
(2) Cfr. Vladimiro Giacchè, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, Derive / Approdi, 2008.