09 agosto 2010

L'altra Italia

Scrive Barbara Spinelli su La Stampa, a proposito del vulnus apportato dal berlusconismo, in riferimento alla spaccatura con l'ex sodale Gianfranco Fini: "In effetti, Berlusconi non è una persona che ha semplicemente abusato del potere. Le sue leggi, le nomine che ha fatto, il conflitto d’interessi di cui si è avvalso: tutto questo ha creato un’altra Italia, e quando si parla di regime è di essa che si parla. Un’Italia dove vigono speciali leggi che proteggono l’impunità. Un’Italia dove è colpito il braccio armato della malavita anziché il suo braccio politico, e dove i pentiti di mafia sono screditati e mal protetti come mai lo furono i pentiti di terrorismo. Un’Italia in cui la sovranità popolare non potendosi formare viene violata, perché un unico uomo controlla le informazioni televisive e perché il 70 per cento dei cittadini si fa un’opinione solo guardando la tv, non informandosi su giornali o Internet.

Un governo che non curasse in anticipo questi mali (informazione televisiva, legge elettorale che non premi sproporzionatamente un quarto dell’elettorato, soluzione del conflitto d’interessi) e che andasse alle urne sotto la guida di Berlusconi non ci darebbe elezioni libere, ma elezioni coerenti con questo regime e da esso contaminate".

Capezzone, il trasformista per antonomasia

06 agosto 2010

I calabresi perdono Paese Sera


Non basta un numero all'anno. E ora un gruppo romano...

di Sandro Orlando - Il Mondo

Editori attenzione: non basta pubblicare occasionalmente un numero unico di una testata per mantenerne la proprietà. Lo ha stabilito una sentenza emessa ai primi di luglio dalla IX sezione del tribunale civile di Roma, che ha rigettato il ricorso avanzato dai due editori del quotidiano Calabria Ora, Pietro Citrino e Fausto Aquino, per rivendicare la proprietà di Paese Sera, lo storico quotidiano lanciato dal Pei nell'immediato dopoguerra e andato poi in crisi nella seconda metà degli anni Ottanta, fino alla sua messa in liquidazione nel '94.

Citrigno e Aquino, un costruttore il primo, un imprenditore della sanità privata. ÌI secondo, insieme già editori dì un altro piccolo giornale calabrese, La Provincia Cosentina, avevano rilevato all'inizio del 2008 il marchio Paese Sera attraverso la Piefile Holding. Ma era almeno dal '99 che la testata usciva con un numero unico all'anno; da qui l'estinzione di ogni diritto da parte dei vecchi proprietari visto che, come osserva il giudice Massimo Falabella con rinvio alla legge sulla tutela della proprietà intellettuale, «la pubblicazione con cadenza annuale di un quotidiano è senz'altro assimilabile a una non pubblicazione». La sentenza ha così spanato la strada alla cordata di imprenditori romani raccolti intorno alla figura di Alessio D'Amato, un ex consigliere regionale del Pd che già nell'estate del 2007 si era fatto tra i promotori del rilancio dì Paese Sera, registrandone il marchio e il dominio internet. Nel novembre dello stesso anno è così nata la Nuovo Paese Sera srl, una società editoriale con 10 mila euro di capitale che dopo diversi passaggi azionari fa oggi capo al commercialista Massimo Vincenti (con il 46%), che è anche presidente del collegio sindacale dell'agenzia Sviluppo Lazio, ail'imprendi tore del settore ristorazione Roberto Capecchi (25%), e per le restanti quote a Giuseppe Diana (servizi, catering, commercio), Alessandro Radicchi (software), Angelo Muzio (già socio degli Editori Riuniti) e alla Umbra tel coop (ricerche di mercato).

«Abbiamo già pubblicato cinque numeri di free press alle ultime amministrative», spiega D'Amato, «e a novembre saremo in edicola con un mensile d'inchiesta su Roma e provincia che punta alle 10 mila copie e sarà affiancato da un sito online di informazione sui quartieri». Il progetto editoriale è dì Enrico Pedemonte (La Repubblica) mentre a dirigere il nuovo mensile sarà Enrico Fontana (già direttore de la Nuova Ecologia e membro del direttivo di Lega ambiente) con sei giornalisti m redazione.

03 agosto 2010

Siamo giornalisti calabresi e siamo tutti esposti



tratto da Calabria Ora, 2 agosto 2010

Presto ci spareranno addosso. Perché capiranno che con le cartucce, le bottiglie incendiarie, le telefonate, le minacce mafiose perpetrate nelle loro più variegate forme non funzionano. Siamo giornalisti calabresi. "Infami, bastardi, pezzi di merda" dicono gli stessi mafiosi intercettati nelle carceri. E siamo tutti esposti. Noi che raccontiamo questa terra, e che la viviamo perché è qui che lavoriamo, non siamo come quei "prodi" censurati nel crudo fondo di Mimmo Gangemi su La Stampa del 5 gennaio scorso, i quali "col posteriore degli altri" diventano eroi frapponendo il giorno successivo "mille chilometri di distanza", dopo averci dato lezioni di civiltà" fistigando "l'omertà, le bocche cucite, quanti non avevano avuto il coraggio di farsi intervistare o di mostrarsi, di sillabare un nome, una condanna".

Sono gli stessi "prodi" che ancora oggi tacciono, lasciandoci nella solitudine dei nostri confini a fare quello che loro, privi dell'umiltà d'imparare a conoscere davvero questa terra, avamposto del Mezzogiorno, hanno provato a fare solo per "una sera". Per questo diciamo che tutti coloro che nelle redazioni dei giornali calabresi si occupano di nera o giudiziaria, o che comunque nel loro lavoro quotidiano fanno inchiesta toccando le commistioni perverse fra poteri forti, indipendentemente se rientrino o meno nel novero dei già minacciati, sono sovraesposti.

Qui c'è la 'ndrangheta, che prima di essere l'organizzazione criminale più potente a livello planetario, quella che ammazza e traffica droga, quella che stringe patti con la politica e l'alta finanza, è "cultura". Una "cultura" che noi siamo costretti ad affrontare ogni giorno, nelle aule di tribunale come fuori dalle questure, per le strade, nei bar. Oggi tocca al nostro Lucio Musolino, ieri ad altri colleghi di Calabria Ora, o del Quotidiano della Calabria o di qualsiasi altra testata. Domani toccherà ad altri colleghi ancora.

La Federazione nazionale della stampa porta il nostro caso all'attenzione del capo della Polizia e dei singoli prefetti, mentre solo grazie ad un libro realizzato dai colleghi Roberta Mani e Roberto Rossi o all'amicizia di pochi inviati della grande stampa, qualche testata nazionale dedica poche righe alle nostre vicende.

Sia chiaro al mondo: noi non vogliamo pubblicità, perché le intimidazioni non sono per noi galloni d'appiccicare sulle spalle. Chiediamo solo che la resistenza civile della stampa calabrese tutta - perché in questa sede noi di Calabria Ora vogliamo superare i distinguo e gli steccati della concorrenzialità fra testate - trovi sostegno da una categoria che si ricorda della Calabria solo se viene giustiziato il vicepresidente del consiglio regionale con l'unica colpa di essere un uomo perbene, se i sanlucoti compiono una strage a Duisburg, se una ragazza muore per un black out in sala operatoria o se gli immigrati di Rosarno si ribellano alla protervia dell'inciviltà.

Aveva ragione Mimmo Gangemi, abbiamo il "diritto di non essere eroi" e, aggiungiamo, di non diventare martiri. Perché noi vogliamo solo lavorare, lavorare bene, e in pace, animati da quell'impegno morale e civile che ci spinge solo a compiere quotidianamente il nostro dovere. Ha ragione il nostro sindacato, qui non viviamo nel terrore; d'altro canto però, non possiamo negare che spesso la preoccupazione ci assale. Perché il clima che ci avvinghia si ripercuote sulle nostre famiglie, prima che sulle nostre redazioni. E perché, in Calabria, al giornalista non è riconosciuto il ruolo che gli appartiene.

Facciamo cronaca spesso costretti a mendicare atti dagli stessi avvocati dei mafiosi di cui scriveremo il giorno dopo. Magari proprio di quei mafiosi che si siedono al nostro fianco durante un'udienza, o che ci fissano in cagnesco dalle sbarre mentre sotto i loro occhi prendiamo appunti. Stiamo da questa parte del nastro bianco e rosso, assieme ai familiari dell'ennesimo morto ammazzato di una faida che non fa rumore oltre il Pollino e lo Stretto. Per gran parte dei nostri politici siamo solo degli spioni che non si fanno mai gli affari loro, mentre magistrati e poliziotti sono costretti a guardarsi con circospezione ogni qualvolta ci avviciniamo anche solo per chiedere notizia su un'udienza preliminare o su un arresto.
Diamo il massimo, ogni santo giorno, per offrire un servizio al lettore, per informarlo, per alimentare la sua conoscenza su fatti di straordinario rilievo pubblico dei quali finalmente si scrive e che continueremo a scrivere , nonostante tutto. Non vogliamo essere né eroi, né martiri, vogliamo solo fare il nostro lavoro, il nostro dovere. Sperando di non doverci rassegnare alla solitudine.

02 agosto 2010

01 agosto 2010

Liberiamo l’Italia dal cancro berlusconiano

di Paolo D'Orsi - Micromega.it

In un celebre passaggio del Manifesto, Marx inventa la formula del “comitato d’affari della borghesia”, per indicare i governi nelle società capitalistiche: un concetto analogo troveremo quattro anni più tardi in un altro testo del fondatore del “comunismo scientifico”, Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte.

A quanti di noi, specialmente da quando il cavalier Silvio Berlusconi è “sceso in campo”, nell’ormai pleistocenico 1994, sono venuti alla mente quei riferimenti marxiani? Io stesso credo di averlo fatto su queste pagine on line. Ma ora mi rendo conto – e faccio autocritica – che quella definizione (efficacissima, come sovente ne capita di trovare navigando nel vasto oceano di Marx, che era tra l’altro grande scrittore, dotato di piglio satirico assai notevole) è fuorviante. Anzi, ora dico: magari il governo – quello che ci sgoverna – fosse il comitato d’affari della borghesia italiana! Per quanto “melmosa” (e qui uso un aggettivo gramsciano) sia la strada dei borghesi nostrani – e ne abbiamo prova ogni giorno –, se per borghesi intendiamo in senso proprio i detentori dei mezzi di produzione, per quanto risibili siano i loro argomenti, agghiaccianti le loro politiche (si vedano le ultime performances dell’uomo del maglioncino, l’ineffabile Marchionne, solo pochi anni diventato intoccabile e miracoloso come Padre Pio), scellerate le loro scelte strategiche, che hanno devastato o distrutto settori di punta, come il chimico, il tessile e più recentemente l’elettronica; ebbene, lo spettacolo della compagine governativa, e della vasta coorte di miserabili che si interfaccia con essa, è qualcosa di assai diverso.

Non è neppure sufficiente evocare la “borghesia stracciona”, che ancora da Gramsci in poi tanti analisti critici della società italiana hanno storicamente posto sotto la luce del riflettore. Inadeguato parlare di “casta”, o usare il peggiorativo “cricca”. E il lessico inventato alla scoperta di Tangentopoli appare come un film in bianco e nero, l’immagine sbiadita di un documentario della “Settimana Incom” dove si vedono signori ancora molto “ingessati”, con abiti d’ordinanza, sottotono, che entrano ed escono dal Palazzo di Giustizia di Milano. Non è casuale che, come l’emergere dell’astro berlusconiano sia avvenuto sotto l’ombrello protettivo di una loggia segreta (massoneria deviata, dicono…), così il suo tramonto si collochi nel plesso di un’altra loggia, o forse loggetta, che raduna il “meglio” degli amici, e degli amici degli amici, del nuovo Principe. Li abbiamo visti, quei personaggi: in fotografia, in televisione, sulla rete: si assomigliano (quasi) tutti. Sembrano appena usciti da una seduta di fisiomassoterapia (c’è sempre una signorina Francesca – vero, dottor Bertolaso? – pronta a esercitare le sue magiche competenze sugli stanchi corpi di quegli ultrasessantenni, o ultrasettantenni, che ambiscono a trovare l’elisir non solo di lunga vita, ma di eterna giovinezza); sono tutti opportunamente trattati con lampade solari e prodotti da beauty farm, dove peraltro si recano periodicamente per rassodare ciò che è da rassodare, rilassare ciò che è da rilassare; sono levigati o meglio botulinizzati; sono pettinati e forse brillantinizzati, sia che abbiano chiome alla Verdini o teste di bitume modello Arcore; ostentano, insieme con i loro abiti griffati, la sicurezza degli impuniti che sanno di non poter incorrere nei rigori della legge. Vedi il ministro a otto pollici Brancher, il cui caso rappresenta uno dei punti più infimi dell’intera storia repubblicana; il che, in un Paese che ne ha viste davvero di cotte e di crude, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, fino al Pio Albergo Trivulzio di Milano, vuol dire davvero molto. Più di molto.

Insomma, stiamo assistendo da troppo tempo nel silenzio – ora dell’insipienza, più spesso dell’ignavia, di rado dell’innocenza – a un precipizio nell’osceno: un insieme di persone, governanti e loro clientes, badanti, massaggiatrici, fotomodelle, escort, aspiranti ministre, aspiranti veline (che poi è lo stesso), faccendieri, intrallazzoni, voltagabbana di ogni sorte, pseudofinanzieri, pseudoimprenditori, pseudogiornalisti, tutti in busca di premi, ingaggi, concessioni, ville con piscina, BMW con autista, superattici da ristrutturare a spese di qualcuno o semplicemente da ricevere in grazioso, quanto ignoto, dono da qualcun altro. Le intercettazioni – le provvidenziali intercettazioni telefoniche, e perciò da bandirsi, nel disegno del Neoduce – degli ultimi giorni ci hanno rivelato un panorama che neppure il più acrimonioso, prevenuto, ideologo della sinistra che più estrema non si può, sarebbe riuscito a immaginare. Un grumo esteso, che si è dilatato come un blob inarrestabile un po’ dappertutto; parlamentari, industriali, magistrati, giornalisti, banchieri, e gli immancabili saprofiti dell’intermediazione: “conosco una persona”, “ci parlo io, a quelli là…”, “vi metto in contatto”, “so io come fare per raggiungerlo…”, “sì, ma io che ci guadagno”?”. E via seguitando, in una sequenza che incomincia con un valzer triste, alla Sibelius, e finisce in un grottesco pastiche, alla Stravinskij.

Il berlusconismo, fase suprema del turbocapitalismo nella versione meneghina e insieme burina, ha vinto. E ora che lui, il Neoduce, sta per andarsene, la sua creatura ha ormai infettato il corpo del Paese, come una invasione di ultracorpi: non lo sappiamo, spesso tardiamo a riconoscerli, ma i berluscones sono tra noi. Parlano come noi, sì, a volte proprio come noi: e magari criticano il ducismo, l’illegalismo, l’immoralismo dell’uomo di Arcore; ma sono diventati troppo sovente portatori sani di quel virus. Bulimia di potere, insofferenza alle regole, concezione “sostanzialistica” del diritto (per cui ci metti dentro ciò che ti fa comodo, e ne togli ciò che può essere d’ostacolo ai tuoi interessi personali, di famiglia, di branco, di partito…), voglia di apparire, doppio registro di comportamento, inflessibili e rigorosi nelle dichiarazioni pubbliche (magistrato, docente universitario, manager, pubblico amministratore, politico di professione…), ma mafiosi e camorristi nelle pratiche concretamente inerenti allo stesso esercizio delle loro cariche, spesso usate soprattutto come gradini di una carriera che tende inesorabilmente (come dichiarò con cinica lucidità uno dei personaggi implicati, sia pure nell’infima del piccolo arrampicatore sociale, l’agente fotografico Fabrizio Corona), a tre obiettivi: 1. Il potere. 2. Il successo. 3. Le donne. Che, precisò, peraltro vanno dove c’è successo e potere. E, essenzialmente, dove si coglie l’odore dei soldi (concezione evidentemente poco sensibile alle istanze femministe, quella di Corona…).

Con i soldi Berlusconi ha creato “dal nulla” (?) un partito, appoggiandosi alla rete dei suoi venditori di Publitalia; poi ne ha messo su un altro, con il mitico discorso del predellino, che come ogni atto e detto del Cavaliere egli è arciconvinto passi alla storia; e ora si trova a perderne un pezzo: il messaggio in replica alle dichiarazioni feroci di Fini, con cui si sanciva il divorzio politico, è stato da Berlusconi inviato ai “promotori” del “Partito delle Libertà”: promotori, lo stesso termine, in quanto identico il concetto, di chi deve vendere un prodotto, che siano cofanetti di bellezza, o polizze assicurative, o spazi pubblicitari. Questi sono addetti a vendere libertà: un tanto al chilo, ma la libertà secondo il Cavaliere. Una libertà che persino a un ex fascista come Gianfranco Fini è apparsa, come dire?, un tantino estranea alla democrazia e alla stessa cultura liberale. Una libertà di tipo aziendalistico, dove il proprietario detta gli “obiettivi” all’amministratore delegato, e alla schiera dei dipendenti: e chi non raggiunge tali obiettivi, guai a lui. Licenziato.

Ma noi, noi tutti, quando troveremo la forza di licenziare lui? Sì, dico proprio lui, l’uomo che più di chiunque altri nel Dopoguerra, ha contribuito a devastare non soltanto l’economia, il territorio, l’ambiente, la cultura; ma la coscienza civile di questa Italia, che oggi è assai oltre la crisi di nervi. Possibile che in una situazione di crisi sociale e morale e politica come quella che stiamo vivendo non siamo in grado di dar vita a un movimento alternativo a questo panorama disgustoso? Ci accontenteremo delle congiure di palazzo per cacciare il nuovo Nerone? Contro questo mostruoso polipo che uno dopo l’altro va impadronendosi dei gangli vitali della società italiana, e sta cercando di impossessarsi anche dei nostri cervelli, non vogliamo tentare di suscitare, aggregare, e lanciare una resistenza organizzata, sistematica, capillarmente diffusa? Contro il “Partito della devastazione”, non vogliamo provare a dar vita a un “Partito della Salvezza”?

Salviamo l’Italia. Liberiamoci di costui, della sua banda di corrotti e corruttori: salvare l’Italia, motto di Carlo Rosselli contro il duce, oggi dovrebbe forse essere la parola d’ordine per chiudere per sempre una pagina terribile della storia nazionale. Salvare l’Italia, prima che la riducano in brandelli, che, opportunamente commercializzati, saranno rivenduti da un esercito di “promotori”. Salvare la Costituzione, salvare la libertà di informazione, salvare l’indipendenza della magistratura, salvare i diritti dei lavoratori, salvare la scuola e la sanità pubblica, salvare l’acqua e i servizi essenziali dall’assalto dei privati: questi i primi obiettivi da perseguire, contro la marea fangosa di un governo non più circondato da nani e ballerine, ma immerso nello sterco del diavolo, il denaro, principio e misura di ogni valore, per citare ancora Marx.

Salviamo l’Italia, contro i falsi profeti della “modernizzazione”. Formiamo “testuggine a resistere” (come disse Gaetano Salvemini, contro il fascismo), e passiamo al contrattacco, in una guerriglia culturale che usi ogni canale, ogni situazione, ogni occasione. E facciamo dell’autunno la stagione non solo del ripensamento, pur sempre necessario, ma di lotta. Diamo vita a una nuova “adunata dei refrattari”, e facciamo vedere, in concreto, che un’altra Italia esiste.

Angelo d'Orsi

P.s. A proposito di cancro. Che il premier Silvio Berlusconi fosse interessato alla lotta ai tumori lo si poteva dedurre da quando dichiarò, alcuni mesi fa, che il cancro sarebbe stato sconfitto in pochi anni. L'obiettivo però ha anche un risvolto pratico, secondo quanto riporta l'agenzia Bloomberg: il premier è diventato azionista di maggioranza dell'azienda MolMed, che ha allo studio due farmaci innovativi proprio in quest'area della medicina. Il leader del Pdl sarebbe salito lo scorso dicembre al 24% dell'azienda biomedica con sede a Milano, diventandone così il primo azionista.