12 aprile 2010
11 aprile 2010
Gasparri attacca Emergency

Tre operatori italiani dell'ospedale di Lashkargah, nella provincia meridionale di Helmand sono stati arrestati con l'accusa grottesca, inverosimile di essere coinvolti nel complotto per uccidere il governatore locale Gulab Mangal. Il rappresentante politico del centrodestra Maurizio Gasparri non trova di meglio da fare che attaccare l'ong guidata da Gino Strada: "Già in occasione di altre vicende - sottolinea l'esponente del centrodestra - emersero opinabili posizioni e contatti di Emergency. Ora, che ci fossero armi in luoghi gestiti da questa gente si è visto chiaramente su tutte le televisioni. Il nostro governo deve tutelare la reputazione dell'Italia che impegna le proprie Forze armate in Afghanistan e in altre parti del mondo a tutela della pace e della libertà minacciate dal terrorismo". Sembra di sentire Berlusconi che definiva Gina Strada "un medico dalle idee confuse". E' in atto una strategia per togliere di mezzo un testimone scomodo dall'Afghanistan.
10 aprile 2010
Pasqua a Sant’Onofrio. Passaggio dalla sudditanza alle cosche alla liberazione

La notizia che a Sant’Onofrio sono stati sospesi i riti dell’Affruntata, segno di una fede popolare che si rigenera e si tramanda da secoli, è corsa veloce nei nostri territori. I fatti sono ormai noti: l’attuale vescovo della diocesi di Vibo, in piena sintonia con le indicazioni della Chiesa italiana e dello stesso episcopato calabro, ha ribadito la ferma volontà che nelle comunità ecclesiali della sua diocesi i momenti liturgici non diventino occasione per esprimere consenso ai vari clan della ‘ndrangheta. Ed il parroco della comunità di Sant’Onofrio, assieme alla Congrega che cura per tradizione il rito dell’Affruntata, hanno presentato ai fedeli della parrocchia le autorevoli indicazioni del vescovo che, tra l’altro, miravano a tenere lontani i mafiosi dalla partecipazione attiva ai momenti più significativi dell’Affruntata. Infatti per i mafiosi di Sant’Onofrio, ma anche di molti altri centri della Calabria, il portare a spalla San Giovanni, la Madonna Addolorata o il Cristo Risorto, o stare sotto le statue magari solo appoggiando la mano accanto ai portatori delle vare, è una occasione privilegiata per esprimere alla gente del posto dove si celebrano i festeggiamenti il loro potere ed il loro ruolo egemone.
La mescolanza tra religiosità popolare e simbolismi mafiosi ha radici lontane. Per molto tempo, anche grazie alla complicità di una comunità ecclesiale a volte troppo comprensiva e tollerante, si è ritenuto che fosse conciliabile l’appartenenza alla criminalità organizzata con la vita cristiana. I mafiosi si consideravano e si considerano ancora buoni cristiani, addirittura uomini d’onore: le loro mani, con una facilità diabolica, passano così dall’uso delle lupare per distruggere vite umane all’abbraccio di un legno per portare il peso di una statua in processione; mani che prima cercano la mazzetta ai negozianti o che strozzano le vittime dell’usura e che sono anche capaci di cercare le offerte per sostenere le spese per le feste patronali. Mani insanguinate da delitti orribili che tengono schiave della violenza intere comunità di calabresi che avvelenano anche i più antichi e simbolici riti della religiosità popolare.
Alla comunità ecclesiale e ai membri della Congrega di Sant’Onofrio, al Priore ed al parroco, i cristiani calabresi e tutti gli uomini di buona volontà devono essere grati: la loro testimonianza può servire a tutti noi per riscoprire le autentiche radici della nostra fede cristiana che, seppur sempre aperta all’accoglienza e al perdono del peccatore che si converte, si fonda sul messaggio del Cristo, che ha dato la sua vita per la nostra salvezza, che ci ha indicato la via del servizio che si fa dono, dell’impegno che cerca la giustizia, della speranza che si alimenta nella relazioni autentiche e leali, della non violenza che si vive nella quotidianità dei gesti e nel rispetto della vita di ogni fratello. Nella Chiesa del Signore non ci può essere spazio per i violenti e gli assassini, per i mafiosi che collegati ai vari gruppi della ‘ndrangheta seminano solo dolore e morte. Ce lo insegnano i vescovi italiani anche nella loro ultima nota pastorale “Per una chiesa solidale, Chiesa Italiana e mezzogiorno” quando affermano che: “in questa situazione, la Chiesa è giunta a pronunciare, nei confronti della malavita organizzata, parole propriamente cristiane e tipicamente evangeliche, come peccato, conversione, pentimento, diritto e giudizio di Dio, martirio, le sole che le permettono di offrire un contributo specifico alla formazione di una rinnovata coscienza cristiana e civile”. Le mafie, hanno detto i vescovi italiani, “sono la configurazione più drammatica del male, e del peccato (…) una forma brutale e devastante del rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato”. Ed è l’indicazione che è chiaramente presentata anche dai vescovi della Calabria nel documento “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo” dell’ottobre del 2007, che deve orientare le scelte pastorali delle comunità cristiane calabresi e che ci fa riassaporare la forza del messaggio di quel documento del 1975 che mons. Giovanni Ferro, vescovo di Reggio, scrisse per i cristiani calabresi e che descriveva la mafia come “disonorante piaga della società”.
Sono fatti, quelli accaduti a Sant’Onofrio, che ci fanno ancora sperare che è possibile una Calabria nuova e libera dalla criminalità organizzata, che possiamo aver fiducia in questa nostra Chiesa che, pur portando il peso della fragilità umana, continua ad illuminare la vita dei cristiani e degli uomini di buona volontà. Le mafie, hanno detto i vescovi calabresi, “di cui la ‘ndrangheta è oggi la faccia più visibile e pericolosa, costituiscono un nemico per il presente e per l’avvenire della nostra Calabria. Noi dobbiamo contrastarle, perché nemiche del Vangelo e della comunità umana”. Sant’Onofrio ci ha dato un grande esempio di cristianità che dobbiamo saper accogliere come un autentico segno di fede. Forse quest’anno a Sant’Onofrio si è celebrata la vera “Affruntata” anche se le statue dei santi sono rimasti nelle chiese.
da Calabria Ora 07/04/2010
09 aprile 2010
08 aprile 2010
06 aprile 2010
Saviano e il Pd

Luca Mastrantonio per "Il Riformista"
Al Pd serve un «papa straniero», da cercare in «libertà», «fuori» dai parametri di «età, appartenenza e nomenklatura». Così Ezio Mauro su Repubblica. Ieri Emanuele Macaluso ipotizzava una discesa in campo di Carlo De Benedetti. Il quale avrebbe invece un sogno proibito: Roberto Saviano. Lo scrittore di successo che il gruppo dell'ingegnere ha trasforato in star politica. Giovane, profeta in patria, libero da schemi partitici.
Saviano ha pose ieratiche, è costretto a vita claustrale, esercita su molti un magistero morale fuori dagli schemi politici, ma fin dentro il cuore delle Istituzioni, il Quirinale. Forse è davvero a lui che De Benedetti pensa per quel trono vacante del Pd. Mediatica figura Christi, nella personale lotta alla criminalità, Saviano oggi è esposto più come attore politico-civile che come scrittore. L'ultimo libro è un cofanetto di Stile libero con il dvd del monologo da Fabio Fazio, e il penultimo, "La bellezza e l'inferno" (2009) è una raccolta di scritti di Repubblica.
S'è intensificata, invece, l'attività politica, attraverso Repubblica che lo usa come polena. L'appello dello scrittore del 15 novembre 2009 contro il processo breve, rivolto a Berlusconi, è arrivato a mezzo milione. Trentamila adesioni sono invece arrivate a Facebook in seguito all'articolo di Saviano su Repubblica («Per un voto onesto ci vorrebbe l'Onu»), contro il voto di scambio. Ma come è nato questo amore?
saviano -manifestazione per la libertà di stampa
Fondamentale l'Espresso diretto dall'abile Daniela Hamaui, e la mediazione di Gianluca Di Feo, per consacrare Saviano alla galassia debenedettiana. Il settimanale ha trasformato l'autore di Gomorra nell'Hunter Thompson italiano, dedicandogli copertine su copertine (foto di Mario Spada) per i suoi reportage-inchiesta su droga e altri crimini, in uno stile Gonzo che ha nell'io il baricentro della narrazione. Ma da osservatore scomodo - prima sul campo, poi fuori campo, sotto scorta - di questo Paese in guerra contro la camorra, vive una condizione di schizofrenia politica-editoriale. Come il Joker di Full Metal Jacket, che ha sull'elmetto il motto dei marines «born to kill» e lo stemma della pace.
Sul piano politico-civile è un prodotto del Gruppo Espresso-Repubblica, organo dell'antiberlusconismo di massa, sul piano editoriale è figlio, legittimo, del gruppo Mondadori. Non solo perché pubblica i suoi libri con la casa di Segrate, ma perché è mondadoriana la rivista-palestra di Saviano, Nuovi argomenti. Per Saviano, a differenza di De Benedetti, Mondadori non è un lodo, ma un nodo, giudicato gordiano, da tagliare, da quanti gli chiedono di cambiare editore per i libri, come il poeta Vincenzo Ostuni e altri scrittori su Facebook.
Daniela Hamaui Paolo Scarpellini Licia Granello
Politicamente, è un enigma. Corteggiato da tanti, non cede, per ora. «Devo essere super partes, come scrittore», dice. Mediaticamente, Saviano nasce il 26 settembre del 2006, quando l'autore di Gomorra (all'epoca quota 100mila copie), durante le giornate di mobilitazione contro la camorra, fa nomi e cognomi dei padrini dalla piazza centrale di Casal di Principe. Le Iene registrano gli insulti che ricevette dal padre del boss Sandokan. Accanto, sul palco, c'era Fausto Bertinotti. Sui tetti, invece, cecchini per la sicurezza. Tema che, da quel momento, diventa il testo che Saviano ha tatuato addosso.
Poche settimane dopo, su ordine dell'allora ministro degli Interni Amato, l'autore ottiene la scorta. Walter Veltroni ha provato inutilmente a portarlo nell'alveo Pd. L'ultima proposta politica è del socialista Claudio Fava, Sinistra Ecologia Libertà, che lo aveva indicato alla guida della Campania per il 2010, incontrando favori nel Pd e qualche scontento, per vecchi mal di pancia. Rosa Russo Iervolino nel 2008 provò a minimizzare l'opera dello scrittore, sostenendo che «Scampia non è Gomorra».
Ma anche Nichi Vendola, difensore di Saviano e come lui cultore di alcuni stilemi pasoliniani, sottolinea che non è tutto Gomorra, la sua Puglia, per esempio. «Non è Gomorra», dice.
Il dato più interessante, sul piano politico-antropologico, è però la stima di cui gode a destra. Negli ambienti ex An, orfani del faro Borsellino, è molto apprezzato. Non sono mancati gli scontri, in particolare con l'ex ministro Mario Landolfi, parlamentare del Pdl, inquisito per concorso in corruzione. In Sgmorra attacca la sinistra in Campania e i professionisti dell'anti-camorra (cortocircuito tra Sciascia e Saviano).
Per FareFuturo, però, Saviano è un classico. Lui stesso non si vergogna di rivendicare maestri letterari a destra, così come in tempi non sospetti ha elogiato l'attività antimafia del ministro Maroni. Ai leghisti non è andato giù l'intervento all'Accademia di Brera dove parlava di Milano come della più grande città del Sud Italia. Saviano divide. Piace, dispiace.
Per molti, con la recente partecipazione allo scorso no B-day, c'è stata la svolta. A sinistra. Saviano piace alla luttuosa machina da guerra politica del popolo viola. Come autore porta in dote, solo in Italia, più di due milioni di lettori, con un solo romanzo. Allettanti.
Ma fedeli nelle urne? Lui è uno scrittore serio, come ha ricordato Francesco Piccolo sull'Unità, di cui c'è bisogno per raccontare l'Italia. Per governarla, servono politici seri, magari meno romanzieri. Se i politici-scrittori, d'altronde, sono usciti fallendo, da Veltroni a Franceschini, e la neo-giallista Bresso, gli scrittori in politica, da Camilleri a Carofiglio, non fanno vincere le elezioni.
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