di Fabio Cavallotti - Virgilio.it
Il nuovo libro di Francesco Delzìo denuncia la scomparsa della questione meridionale dall’agenda politica del Paese
Il Sud Italia rischia di diventare la nuova Petra. La splendida città ellenistica abbandonata e coperta dalla polvere del deserto. Un futuro da incubo. Causato non dai cambiamenti climatici, ma dall’inesorabile impoverimento economico e demografico.
Armato di questa funerea previsione, Francesco Delzìo, con il suo nuovo libro “La scossa” (Rubbettino Editore), denuncia la scomparsa della questione meridionale dall’agenda politica del Paese. Il Sud è stato dimenticato, messo da parte. E’ l’unica grande area d’Europa che rimasta depressa. E il divario è addirittura aumentato rispetto al resto del Paese.Il libro è diviso in due parti. In una ci sono i numeri, le indagini, che testimoniano il progressivo impoverimento, i soldi sprecati, la continua erosione delle risorse umane ed economiche.
Nella seconda, si passa al “fare”. Delzìo presenta sei proposte - da lui definite “shock” – per la rinascita. Interventi che vanno a colpire, in prima battuta il tessuto economico del Mezzogiorno, eccole: no tax area per le imprese, rilancio del turismo di qualità, incentivi fiscali per gli iscritti alle facoltà scientifiche, maggiore flessibilità contrattuale, ineleggibilità per gli amministratori locali colpevoli di dissesto finanziario, una nuova cassa del Mezzogiorno autonoma e slegata dal potere politico locale. Idee. Sicuramente destinate a far discutere. Ma va evidenziato il filo che unisce queste proposte. Ovvero accendere la speranza, svegliare le generazioni più giovani. Dare, appunto, una “scossa” soprattutto etica alle nuove generazioni. Forse il grande male del Sud sta proprio lì, tra i giovani. Quelli che se ne vanno dopo gli studi e quelli che restano, non occupati, senza lavoro, privi d’iniziativa.
Ed è proprio Francesco Delzìo che a raccontarci come la sua Scossa deve svegliare le coscienze sia della classe politica sia delle nuove generazioni meridionali.
Tra le proposte shock per il rilancio del Mezzogiorno mette al primo posto la creazione di una no tax area per le imprese. Quante possibilità ci sono che diventi realtà?
Attualmente nessuna. Né il governo attuale, né quello precedente ha fatto propria questa battaglia.
La creazione di un’area a zero tasse per le imprese è l’unica alternativa valida ai finanziamenti a fondo perduto. Questi contributi non servono, sono tecnicamente inutili. Puro spreco di denaro pubblico. Eppure altri Paesi d’Europa hanno scelto la strada delle agevolazioni fiscali. Mi riferisco, per esempio, all’Irlanda.
Voglio ricordare che il Sud è la più grande aerea d’Europa depressa che non ha tratto vantaggio dai fondi di coesione dell’Unione. L’unica.
Ci sarebbero solide basi affinché le forze politiche italiane intraprendano una battaglia a Bruxelles per la creazione di una no tax area meridionale.
E c’è un altro punto su cui riflettere: tra tre anni, nel 2014, andranno in scadenza tutte le iniziative legate alle politiche di coesione. Ciò significa fine degli aiuti per le aree depresse. Ebbene l’Italia, la nostra classe politica potrebbe assumere il ruolo di capofila per fare pressione sul mantenimento degli aiuti e delle politiche di agevolazione, anche fiscali.
Per ora, invece, non odo alcunché. Ripeto: il Mezzogiorno è totalmente assente dal dibattito politico.
Una chiave per lo sviluppo passa per il turismo. Qual è il modello da seguire?
Partiamo da un dato. Il Sud Italia, rispetto al resto d’Europa, ha potenzialità enormi. Detiene il record dei siti Unesco. Nonostante ciò raccoglie solo le briciole dei grandi flussi turistici.
Per capovolgere la situazione occorre puntare sulla qualità, sul turismo di fascia medio-alta.
Un obiettivo raggiungibile solo attraendo sul territorio i grandi imprenditori del settore. Gli unici in grado di fornire strutture all’altezza.
Come fare? Teoricamente è semplice: è necessario togliere di mezzo la giungla delle autorizzazioni, dei pareri amministrativi, dei veti incrociati. Ovvero: meno burocrazia.
Fatto questo, poi si dovrebbe indire, a livello di governo centrale, un grande concorso internazionale per 100 progetti imprenditoriali. Una volta approvati, una legge obiettivo potrebbe essere la soluzione per la realizzazione effettiva degli investimenti.
Quanto pesa la presenza della criminalità organizzata nel sottoviluppo del Sud?
Naturalmente è un problema, anche se ci sono tante zone del Mezzogiorno che non sono sotto il controllo delle organizzazioni mafiose. Però troppo spesso la mafia è diventata un alibi per non agire.
Lo ripeto è necessario che il tema “Sud Italia” torni in primo piano.
E’ necessario avviare iniziative in grado di attrarre capitali, investimenti sul territorio.
E’ necessario che si metta in moto in circolo virtuoso che dia una scossa ai giovani, alle nuove generazioni, troppo rassegnate, senza speranza.
Quanto ha influito l’affermazione della Lega Nord nell’abbondare il Mezzogiorno al suo destino?
L’affermazione della Lega e delle istanze del Nord hanno giocato un ruolo importante. Ma non è solo colpa degli “altri”.
Da anni, per esempio, sono scomparsi leader politici meridionali. C’è una totale mancanza di leadership politica.
Attualmente quali sono le eccellenze che possono essere prese come esempio?
Si possono indicare gran parte degli imprenditori meridionali.
E’ il caso di Confindustria Sicilia del presidente Lobello che ha intrapreso una coraggiosa lotta contro il crimine e la piaga delle estorsioni.
Purtroppo ciò non basta fino a quando la classe politica si volterà dall’altra parte rispetto al sottosviluppo del Mezzogiorno. E l’Italia senza Mezzogiorno, resta un Paese senza futuro.
08 marzo 2010
06 marzo 2010
Chi ha perso il lavoro ora torna nel Meridione
tratto dal Quotidiano della Calabria
C'è chi parte con forti speranze. E c’è chi torna da "sconfitto". Due facce dello stesso Sud. Schiacciato fra l’emergenza cronica che attanaglia il Meridione da tempi ormai immemorabili e la crisi congiunturale che da due anni frena l’economia di tutto il mondo. Così, mentre l’emigrazione giovanile dal Sud continua a ritmi serrati con cifre da «grande fuga» (120mila all’anno), ora si aggiunge una novità: l’immigrazione di ritorno. Perché il lavoro non c’è più neanche lontano da casa e chi si trova in difficoltà fa fatica ad andare avanti.
Parliamo soprattutto di giovani (tra i 24 e i 34 anni) e donne con contratti precari che hanno perso il lavoro al Nord, che non riescono a re-inserirsi, non hanno tutele e a cui non rimane altro che tornare ad aggrapparsi all’unico vero ammortizzatore sociale che c’è al Sud: la famiglia. Così in 40mila già lo scorso gennaio, hanno raccolto le loro cose e sono tornati a casa. Un nuovo fenomeno che emerge da uno studio della Svimez (l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). «Ai rischi per così dire esistenziali di una vita a metà si aggiungono quelli molto più reali dovuti alla precarietà del lavoro e alla maggiore esposizione degli emigranti "precari" (173mila) ai cicli economici», dice il vicedirettore della Svimez, l’economista Luca Bianchi, che insieme a Giuseppe Provenzano, ricercatore al «Sant’Anna» di Pisa, ha scritto su questi temi un libro appena uscito dal titolo «Ma il cielo è sempre più su?» (Castelvecchi Editore).
Il flusso migratorio Sud-Nord, che pure è fortemente cresciuto nei primi sei mesi del 2008, con l’aggravarsi del quadro economico, registra insomma un’inversione di tendenza. «Negli ultimi mesi, nelle piazze dei paesi del Mezzogiorno si cominciano a vedere tanti ragazzi seduti davanti ai tavolini dei bar – continua Bianchi –. Sono quelli che avevano un contratto interinale o un contratto a progetto, l’anello più debole del mercato del lavoro, senza tutele e senza sindacati a difenderli». Non è quindi un’inversione di rotta positiva perché il Sud va meglio, ma per le difficoltà di molte aziende del Nord. «Sono come parcheggiati in attesa di ripartire. Di riprendere la valigia».
Il Sud imprigionato fra assistenzialismo, clientelismo, sprechi e mancanza di servizi e infrastrutture – continua l’economista – «può trovare una via d’uscita in una rinnovata classe dirigente e soprattutto se saprà investire pienamente nel capitale umano, attraverso la creazione di poli di formazione d’eccellenza e uno stretto legame università-impresa, con progetti di spin off e sostegni alle star up». Il problema è fermare la «fuga». Arginare un fenomeno che sta spopolando interi centri, soprattutto in Calabria e Sicilia. Come a Riesi, in provincia di Caltanissetta, dove in pochi anni si è perso il 9,3% della popolazione. Una decimazione. Destinata a ingigantirsi e che rischia di invecchiare e spopolare il Sud.
La Svimez calcola che fra il 2008 e il 2030 la popolazione in età da lavoro diminuirà di oltre duemilioni di persone. Mix fatale di emigrazione, bassa natalità e un flusso di lavoratori immigrati insufficiente a colmare le «perdite». Per questo è sul capitale umano e le nuove generazioni che si gioca il futuro del Sud. «Oggi c’è una forma di eroismo in chi rimane, scambiato spesso per inedia e accomodamento da chi fugge. Come c’è sempre una forma di eroismo nella fuga, scambiato per vigliaccheria ed egoismo da chi resta. Come se i "partiti" e i "rimasti" non fossero le due facce di un Sud ostile ai suoi figli, l’identica medaglia. C’è bisogno – è il pungolo che danno Bianchi e Provenzano – di un racconto che metta insieme gli uni e gli altri e faccia maturare la consapevolezza che è necessario ripartire dagli uni e dagli altri per riprendersi quella parte di futuro che gli è stato negato. Solo così il futuro può essere sempre più a Sud».
Giuseppe Matarazzo
C'è chi parte con forti speranze. E c’è chi torna da "sconfitto". Due facce dello stesso Sud. Schiacciato fra l’emergenza cronica che attanaglia il Meridione da tempi ormai immemorabili e la crisi congiunturale che da due anni frena l’economia di tutto il mondo. Così, mentre l’emigrazione giovanile dal Sud continua a ritmi serrati con cifre da «grande fuga» (120mila all’anno), ora si aggiunge una novità: l’immigrazione di ritorno. Perché il lavoro non c’è più neanche lontano da casa e chi si trova in difficoltà fa fatica ad andare avanti.
Parliamo soprattutto di giovani (tra i 24 e i 34 anni) e donne con contratti precari che hanno perso il lavoro al Nord, che non riescono a re-inserirsi, non hanno tutele e a cui non rimane altro che tornare ad aggrapparsi all’unico vero ammortizzatore sociale che c’è al Sud: la famiglia. Così in 40mila già lo scorso gennaio, hanno raccolto le loro cose e sono tornati a casa. Un nuovo fenomeno che emerge da uno studio della Svimez (l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno). «Ai rischi per così dire esistenziali di una vita a metà si aggiungono quelli molto più reali dovuti alla precarietà del lavoro e alla maggiore esposizione degli emigranti "precari" (173mila) ai cicli economici», dice il vicedirettore della Svimez, l’economista Luca Bianchi, che insieme a Giuseppe Provenzano, ricercatore al «Sant’Anna» di Pisa, ha scritto su questi temi un libro appena uscito dal titolo «Ma il cielo è sempre più su?» (Castelvecchi Editore).
Il flusso migratorio Sud-Nord, che pure è fortemente cresciuto nei primi sei mesi del 2008, con l’aggravarsi del quadro economico, registra insomma un’inversione di tendenza. «Negli ultimi mesi, nelle piazze dei paesi del Mezzogiorno si cominciano a vedere tanti ragazzi seduti davanti ai tavolini dei bar – continua Bianchi –. Sono quelli che avevano un contratto interinale o un contratto a progetto, l’anello più debole del mercato del lavoro, senza tutele e senza sindacati a difenderli». Non è quindi un’inversione di rotta positiva perché il Sud va meglio, ma per le difficoltà di molte aziende del Nord. «Sono come parcheggiati in attesa di ripartire. Di riprendere la valigia».
Il Sud imprigionato fra assistenzialismo, clientelismo, sprechi e mancanza di servizi e infrastrutture – continua l’economista – «può trovare una via d’uscita in una rinnovata classe dirigente e soprattutto se saprà investire pienamente nel capitale umano, attraverso la creazione di poli di formazione d’eccellenza e uno stretto legame università-impresa, con progetti di spin off e sostegni alle star up». Il problema è fermare la «fuga». Arginare un fenomeno che sta spopolando interi centri, soprattutto in Calabria e Sicilia. Come a Riesi, in provincia di Caltanissetta, dove in pochi anni si è perso il 9,3% della popolazione. Una decimazione. Destinata a ingigantirsi e che rischia di invecchiare e spopolare il Sud.
La Svimez calcola che fra il 2008 e il 2030 la popolazione in età da lavoro diminuirà di oltre duemilioni di persone. Mix fatale di emigrazione, bassa natalità e un flusso di lavoratori immigrati insufficiente a colmare le «perdite». Per questo è sul capitale umano e le nuove generazioni che si gioca il futuro del Sud. «Oggi c’è una forma di eroismo in chi rimane, scambiato spesso per inedia e accomodamento da chi fugge. Come c’è sempre una forma di eroismo nella fuga, scambiato per vigliaccheria ed egoismo da chi resta. Come se i "partiti" e i "rimasti" non fossero le due facce di un Sud ostile ai suoi figli, l’identica medaglia. C’è bisogno – è il pungolo che danno Bianchi e Provenzano – di un racconto che metta insieme gli uni e gli altri e faccia maturare la consapevolezza che è necessario ripartire dagli uni e dagli altri per riprendersi quella parte di futuro che gli è stato negato. Solo così il futuro può essere sempre più a Sud».
Giuseppe Matarazzo
Lo Stato d'assedio e il paradigma Vanni
Il decreto-condono che riammetterà le liste del Pdl, presentate in ritardo e incomplete, è un atto autoritario, un abuso di potere, un golpe istituzionale e un provvedimento "interpretativo" che serve a occultare gli errori e le divisioni, a sanare i pasticci di una destra che fa strame di vincere calpestando le regole. non si capisce bene se Napolitano sia come Luigi Facta. Una cosa è certa Mario Vanni era già molto avanti..."Long life to Mussolini, we (the fascists) will return". Non hanno olio di ricino, ma sono ritornati, più sofisticati che mai. Quella che sembrava apologia, oggi si traduce in pratica con la transustanziazione autotelecratica.
05 marzo 2010
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