10 febbraio 2010

Marco Castoldi e l’antipsichiatria

Sulla farsa Morgan e l'ipocrisia dei benpensanti, un articolo tratto dal sito Giornalettismo.it, a cura di Mauro Senzaterra

Meglio avere un figlio drogato o un figlio Marco Carta?

Mettiamo subito i puntini sulle i. Che Morgan vada o meno al festival di Sanremo non me ne può fregare di meno. Non vedo il festival di Sanremo da quando avevo otto anni e Toto Cutugno cantava “sono un italiano, un italiano vero”. Ora che ci penso non me ne frega niente nemmeno di Morgan, che per me è artisticamente morto dall’ultimo album (escluso) dei Bluvertigo, Zero - ovvero la famosa nevicata dell’85.

PAROLE - Se mi accingo quindi a parlarvi di un caso che ha scosso persino mia madre non è per continuare a sfracellarvi i coglioni su “Morgan sì, Morgan no, Morgan” forse ma per tentare di imbastire un discorso più generale. Non vorrei quindi passare per banale – sia mai – che come ci insegna lo stesso Morgan è il peccato capitale: “Avrei potuto essere un famoso pianista, sarei potuto diventare un d.j. , giuravo che avrei fatto il morgan3 Marco Castoldi e lantipsichiatriaportiere, era l`unico a differenziarsi, pensavo che non fosse della squadra, era vestito meglio e stava fermo” (Sono=Sono). La verità, tuttavia, è che questo caso mi ha colpito, per una serie di motivi che se ne avrò il tempo e il luogo, vi espliciterò. Ma partiamo dal principio. Morgan rilascia un’intervista a Max, per motivi Dio solo sa quali. In quest’intervista, tra l’altro, dice: “Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. Lo uso come antidepressivo. Gli psichiatri mi hanno sempre prescritto medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene. E Freud la prescriveva. Io la fumo in basi perché non ho voglia di tirare su l’intonaco dalle narici. Me ne faccio di meno, ma almeno è pura (…) Io non ho mai conosciuto nessuno che ci sta dentro come me a farsi le basi. Ti sembro uno schizzato? (…) Ne faccio un uso quotidiano e regolare. (…) Sai cosa mi salva veramente? Mangio un sacco di frutta….”. Da questa intervista si evincono un paio di punti degni di interesse. Morgan soffre di depressione, Morgan ha provato delle cure psichiatriche “ortodosse“, Morgan non ha tratto giovamento da queste cure, Morgan ha deciso di automedicarsi con la cocaina.

LEGGI - Su questo punto torna anche nell’intervista a Porta a Porta. In questa sede Morgan afferma che ha provato la cura del sonno in una clinica in cui veniva letteralmente imbottito di benzodiazepine. Morgan nota, argutamente, che cercare di guarire da una tossicodipendenza (cocaina) con un’altra tossicodipendenza (benzodiazepine) non è forse una grande idea. Tanto più che, aggiungo io, le benzodiazepine sono note per dare dipendenza fisica, tolleranza, astinenza. Sono quindi una droga, nel senso letterale del termine. No, aspetta, aspetta un attimo, non ti seguo. Ma le benzodiazepine non sono un farmaco? Non sono prescritte da medici e psichiatri? Certo, infatti l’unica distinzione tra certe droghe e certi farmaci è che i primi sono illegali e i secondi no. La coca non solo era considerata un farmaco tra l’800 e il ‘900 ma era anche l’ingrediente di alcune bevande di largo consumo tra cui il Vin Mariani, il French Wine Coca e, dolceamaris in fundo, la Coca Cola. A proposito del Vin Mariani si ricorda che “questa bibita tonificante veniva usata anche in medicina, perché si pensava capace di sollevare il morale ai depressi e di curare praticamente ogni tipo di disturbo fisico, dal mal di gola alle affezioni nervose, dall’impotenza all’insonnia, dall’anemia alle febbri, finanche ai morbi di tipo contagioso. Mariani era ritenuto un benefattore dell’umanità, tanto che papa Leone XIII regalava al chimico corso una medaglia d’oro in segno di riconoscenza“. Il Ritalin (metilfenidato) e alltri psicostimolanti sono legali in alcuni paesi e illegali in altri. In Italia il Ritalin è stato una droga fino al 1958, anno in cui è diventato un farmaco. Nel 1989 è stato ritirato dal mercato su decisione autonoma della casa produttrice ed è tornato quindi ad essere una droga. Ma nel 2001 la Commissione unica del farmaco ne ha deliberato la reintroduzione, ed è tornato ad essere un farmaco. Notiamo che in questo periodo la struttura chimica del metilfenidato è rimasta invariata: C14H19NO2. Quello che è cambiato sono solo le leggi, che tuttavia hanno il potere di modificare lo status ontologico-assiologico del farmaco: da droga (cattivo) a farmaco (buono).

ESEMPI - Il metadone è un oppioide simile alla morfina ma con un’emivita maggiore. È a tutti gli effetti una droga, nel senso farmacologico del termine, ma viene considerato un farmaco nonostante dia astinenza, dipendenza e tolleranza. Il suo essere farmaco deriva dal fatto che al confronto dell’eroina ha “effetti collaterali” minori e viene usato quindi per la disintossicazione. È quindi un farmaco “per comparazione”, non in sé e per sé. Il Paxil (setralina) è un antidepressivo la cui sospensione secondo alcuni può causare sindrome d’astinenza oltre ad avere un curioso effetto collaterale: può indurre al suicidio. A dirlo non è qualche antipsichiatra dell’ultim’ora ma la stessa casa farmaceutica che lo produce, la GlaxoSmithKline che è stata condannata a risarcire 40 milioni di dollari per la prescrizione di Paxil ai bambini. Gli esempi potrebbero continuare ma non è forse il caso. Sono noti a chiunque abbia partecipato a un qualche corso introduttivo per fricchettoni del genere Legalize it for dummies. La distinzione tra alcune droghe e alcuni farmaci, dal punto di vista meramente farmacologico, è nulla. Dal punto di vista legale dipende da due fattori: tempo e luogo. Data solo la formula chimica di una sostanza non si può ricavare se si tratta di droga o farmaco ma se aggiungiamo all’equazioni le due variabili di tempo e luogo, allora l’equazione diventa risolvibile. Morgan quindi, per tornare al dunque, non ha detto una bestialità quando ha dichiarato che “si cura” con la cocaina. Ha semplicemente implicato che agli “effetti” di alcune sostanze psicotrope (gli antidepressivi) preferisce gli “effetti” di altre sostanze psicotrope (la cocaina). Si dà il caso, purtroppo per lui, che la cocaina sia illegale mentre il Paxil non lo sia. Se si fosse sballato di Paxil (io l’ho fatto) nessuno avrebbe avuto nulla da eccepire. Ma sempre purtroppo per lui il Paxil ha “effetti collaterali” molto meno divertenti della cocaina, tra cui ad esempio le disfunzioni sessuali (la coca invece è uno stimolante sessuale).

EPPURE – Il Paxil agisce sulla serotonina (no fun, my baby, no fun), la coca su noradrenalina e dopamina. Sto dicendo quindi che la coca è buona, che va presa come tonico, va usata come ricostituente? No, non sto dicendo niente di tutto questo. L’ho provata un paio di volte e non mi ha fatto impazzire. Sicuramente dà dipendenza psicologica, fisica, assuefazione, tolleranza e morgan 300 Marco Castoldi e lantipsichiatriaquant’altro. Aspetta, aspetta, cos’altro che dà tutte queste cose? Ops, il tabacco, che dal 2000 a oggi è stato causa di morte di mezzo miliardo di persone, un adulto su cinque, e su cui lo Stato fa una cresta di 2,63 euro per pacchetto di Marlboro. Sto dicendo che in uno stato liberale ciascuno dovrebbe essere libero di calarsi le droghe che più gli piacciono – o di non calarsele – piuttosto che farsi imporre il menu dalla American Psychiatric Association o dalle lobby farmaceutiche che creano un monopolio della fattanza, là dove dovrebbe esserci libera concorrenza. Quello che si rimprovera a Morgan è di non dare il buon esempio, perché il buon esempio è farsi di coca e non dirlo in giro come fanno peraltro gli altro 300.0007 consumatori di cocaina in Italia molti dei quali, ne siamo certi, saranno presenti anche il festival di Sanremo, in veste di giurati, musicisti o presentatori. Perché chi va in televisione deve dare il buon esempio – perché poi? non è lecito sapere – e il buon esempio in Italia è la “doppia morale”, l’una pubblica e l’altra privata. Drogarsi si può, purché si dica a gran voce che si è contro, che fa male, che è una schifezza, che si è tossicodipendenti e si ha bisogno d’aiuto. In modo che i nostri fanciulli da grandi non vogliano diventare Morgan ma Massimo Giletti, Giuliano Ferrara, Noemi Letizia o Niccolò Ghedini, tutti modelli di virtù e comportamento di cui siamo venuti a conoscenza dal tubo anodico. Non lasciamo che i fanciulli possano scegliere autonomamente i modelli a cui ispirarsi, lasciamo che li scelga Gianmarco Mazzi, lasciamo che li scelga Antonella Clerici. Meglio un medicinale o una storia infernale? Meglio avere un figlio drogato o un figlio Marco Carta?

08 febbraio 2010

Esclusivo/La relazione Dna su Reggio Calabria, capitale di una regione che sta per celebrare il suo funerale



dal blog Guardie e ladri di Roberto Galullo

Nel giro di qualche giorno alcuni figli di lurida cagna hanno pensato bene di intimorire in Calabria l’attività di alcune persone che ho la fortuna di conoscere e di stimare.

Prima il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, poi il capo della Procura di Lamezia Terme, Salvatore Vitello, e infine il giornalista di Reggio Calabria Antonino Monteleone. Senza dimenticare le minacce al candidato Governatore per l’Idv Pippo Callipo, che conosco da tanto tempo.

Quando sono sceso a Reggio per il Sole-24 Ore per seguire prima le vicende della bomba in Procura e poi degli incidenti a Rosarno, mi sono visto e sentito spesso con Lombardo. Abbiamo parlato di molte cose, la maggior parte delle quali afferiscono alla sfera delle nostre professioni. Insieme abbiamo condiviso la preoccupazione per una città che considero “morta” e inebriata da melliflue e inutili ondate di sterile giovinezza. Una città in cui – come ho documentato con un’inchiesta pubblicata sul Sole e che ha suscitato non poco scalpore (ma ovviamente non a Reggio) – le cosche si inseriscono in tutti (e dico tutti) gli appalti. E’ una città socialmente morta. Una città che ho raccontato anche in un post scritto qui il 10 gennaio.

GLI UFFICI DELLA PROCURA DI REGGIO

Lombardo è stato raggiunto da minacce di morte ma, ci siamo chiesti quando l’ho sentito per fargli sentire la vicinanza di chi si impegna con i fatti e non con le chiacchiere, che cosa sperano di ottenere le cosche con queste minacce. La risposta è: niente. Lo zero assoluto.

L’ennesimo autogol di qualche figlio di cagna al soldo dei quaquaraqua delle cosche reggine che hanno perso la bussola, soprattutto nel momento in cui, come per primo ho scritto sul Sole-24 Ore e poi su questo blog (si vedano qui i miei post del 10 e 16 gennaio), forse la bomba a Reggio ha avuto anche il compito di avvertire almeno tre-persone-tre (di cui molti sanno i nomi, i cognomi e persino i soprannomi) che negli uffici giudiziari vivono e lavorano. Lavorano, magari, non al servizio della Giustizia. Tre persone che, con l’arrivo del nuovo capo Salvatore Di Landro e della sua nuova organizzazione in tutti gli uffici e per tutto il personale, si troveranno magari spiazzati nell’assecondare i bisogni delle cosche. E le cosche li richiamano all’ordine per ricordargli che devono trovare una soluzione. Altrimenti…

Conosco i nomi, i cognomi e i soprannomi di queste persone considerate da molti “ambigue”. Li conoscono anche coloro che potrebbero intervenire per rimuoverli. Ma non per spostarle da un ufficio all’altro (è già successo) ma per denunciarle e perseguirle. Le prove sono li, sotto gli occhi di tutti, basta sfogliare gli atti giudiziari.

L’ATTIVITA’ DELLA GUARDIA DI FINANZA

A questo punto sono in grado di rivelare che, oltre alle indagini sul Palazzo della Giustizia in costruzione, di cui ho parlato nell’inchiesta pubblicata sul Sole, la Guardia di Finanza ha completato un ricco dossier sulle infiltrazioni delle cosche in tutti gli appalti della città di Reggio e della sua provincia. Vi lascio immaginare le conclusioni che, come le altre, sono finite o stanno per finire sul tavolo del capo della Procura, Giuseppe Pignatone.

MONTELEONE COLPITO MA NON AFFONDATO

Pochi giorni fa in quella stessa città che assiste inerme agli attacchi a Lombardo e alla magistratura tutta (la Calabria , ahimè, non è la Sicilia) il giovane e coraggioso giornalista Antonino Monteleone, venticinquenne innamorato della sua terra, ha visto la sua auto esplodere nella notte. Ha pagato con questo avvertimento dei soliti e disperati figli di cagna, il suo impegno giornalistico.

Anche in questo caso la politica parolaia si è affrettata a testimoniare solidarietà e affetto. Chiacchiere. Inutili chiacchiere. Così come chiacchiere sono state quelle dell’Ordine locale dei giornalisti. Da tempo scrivo e dico che la stampa calabrese è gravemente inquinata. Qualcuno può pensare che se la ‘ndrangheta indossa giacca e cravatta tra i professionisti, i magistrati, i docenti universitari, la politica non ne parliamo, possa escludere i media come terreno fertile e vitale in cui prosperare e fare propaganda? La risposta è: no. La stampa calabrese – salvo le eccezioni, altrimenti non sarei qui a parlare di Antonino Monteleone, il cui sito invito tutti a visitare www.antoninomonteleone.it – è una stampa che nel migliore dei casi si volta dall’altra parte. Nel migliore dei casi fa da gran cassa alla politica. Avete visto un giornale o un mezzo di stampa calabrese raccontare come si deve l’audizione di Loiero Agazio in commissione antimafia? No, l’ho fatto io qui nel post del 16 gennaio. Solo io. Punto. Eppure, cara e coraggiosa stampa calabrese, la relazione era ed è ancora lì, pubblicata su un sito istituzionale: quello della commissione antimafia. Ma i governanti calabresi mentre manovrano non vanno mai disturbati. Mai. Anche se affondano quel che resta di una regione benedetta da Dio e maledetta dagli uomini.

Caro Antonino io sono qui e mercoledì – lo dico a tutti i lettori – su Radio24 nella mia trasmissione “Un abuso al giorno”, alle 6.45, manderò in onda l’intervista che registreremo. Chi non è mattiniero può scaricarla facilmente dal sito www.radio24.it.

L’ATTACCO A SALVATORE VITELLO

Nell’arco temporale in cui venivano attaccati Lombardo e Monteleone, i figli della cagna sempre incinta delle famiglie di ‘ndrangheta, hanno mandato un messaggio di morte al nuovo capo della Repubblica di Lamezia Terme, Salvatore Vitello.

Inutile girarci intorno: la risposta delle cagne di ‘ndrangheta alla sua ferrea volontà di buttare giù migliaia di immobili abusivi su cui ha prosperato la ricca imprenditoria edile lametina legata alle cosche. E un modo per colpire chi, come Vitello, ha voglia di tirare fuori dai cassetti queste e altre schifezze di cui si sono alimentati le cosche lametine in un tutt’uno con la massoneria deviata e la politica malata.

Fatti disgustosi di cui ho parlato qui in ben tre post: il 23 e 28 novembre e il 2 dicembre 2009. Potere tutti andarli a leggere, compresi molti simpatici messaggi che mi sono stati indirizzati.

Salvatore Vitello – che, non dimentichiamolo è quel magistrato con gli attributi che ha dato filo da torcere ai furbetti del quartierino a Roma che hanno devastato parte della finanza italiana – mi ha pregato di scrivere la sua risposta agli attacchi. E con grande gioia le riporto: “Una cosa è certa: non mollo di un millimetro. Anzi vado avanti con maggiore determinazione”. Chiaro figli di cagna delle cosche lametine?

LA RELAZIONE DELLA DNA SU REGGIO CALABRIA E PROVINCIA

Nelle ore in cui scrivo sta arrivando la relazione 2009 della Direzione nazionale antimafia (Dna). Sul Sole-24 Ore di mercoledì 3 febbraio, ho raccontato e anticipato la parte che riguarda Milano che, secondo la magistratura antimafia, si trova nella stessa condizione di Reggio Calabria a fine anni Ottanta. A Milano le cosche calabresi hanno inquinato l’economia e morti violente e atti intimidatori servono ora per affermare la propria superiorità tra le famiglie di ‘ndrangheta che in Lombardia sono ormai giunte alla terza generazione. Parlano milanese e magari votano e penetrano nella Lega. Anzi, non lo escludo affatto visto che se c’è un partito da inquinare, dopo che sono stati inquinati tutti gli altri, quello è proprio la Lega che governerà (purtroppo) per molti anni ancora.

A Reggio l’evoluzione non conosce confini. La guerra di mafia è terminata negli anni Ottanta ma non è escluso che, soprattutto dopo l’arresto di Condello e del giovane De Stefano, stia per riscoppiare. Gli equilibri non ci sono più. Vanno ricercati con minacce e magari (a breve) sangue. Sangue blu. Il blu della politica che, in realtà, in Calabria è rosso marcio? Più di qualcuno lo sospetta anche perché andando a vedere le liste che si stanno costituendo verso le elezioni regionali di marzo, i picciotti sono all’opera in maniera grandiosa, come ha anche denunciato l’onorevole Angela Napoli.

Più di qualcuno sussurra in Calabria che il puzzo di morte che si avvertiva qualche giorno prima della morte di Francesco Fortugno è tornato a inquinare l’aria.

CAPITALI ILLIMITATI CHE COMPRANO TUTTO:

A PARTIRE DALLA POLITICA

La relazione della Dna, che sono in grado di anticipare, scrive chiaro e tondo che “la ‘ndrangheta reggina si manifesta e si espande sempre più sul piano nazionale ed internazionale, puntando a riaffermare la propria supremazia con immutata arroganza, soprattutto sul piano delle disponibilità finanziarie che sono ormai illimitate…La ‘ndrangheta reggina è è contrassegnata complessivamente dalla caratteristica del mutar pelle, resa necessaria, per un verso, dalla esigenza di rendersi ancor più impenetrabile alle estromissioni da parte degli apparati repressivi dello Stato e, per un altro, dall’interesse a rapportarsi con la nuova realtà rappresentata dall’era della globalizzazione che investe soprattutto il campo economico, cioè quello di maggior rilievo per organizzazioni che, più di ogni altra cosa, mirano alla massima locupletazione. Cosicchè nella parte tirrenica della provincia si è viepiù accentuato l’aspetto del farsi impresa dei sodalizi criminali, sfruttando la possibilità di inserirsi nei circuiti internazionali economico-finanziari, investendo i proventi delle più svariate attività delittuose, col duplice scopo di incrementarli ulteriormente e, nel contempo, di ripulirli. Ed ancora, incrementando le capacità pervasive degli ambienti politico-amministrativi, essenziali ai fini delle associazioni mafiose perché gestori di una massa rilevante di denaro pubblico.

E nella parte jonica della provincia reggina, caratterizzata dalla particolare predisposizione delle ‘ndrine di tale territorio verso il traffico dei narcotici, la tendenza a rendere particolarmente sofisticato il meccanismo dei movimenti delle sostanze stesse e quello delle relative transazioni finanziarie, oltre che dei rapporti coi Paesi produttori. Ma anche in tale zona non debbono ritenersi secondari gli aspetti relativi alle infiltrazioni nei settori economici e politico-amministrativi, certamente esistenti, seppur non ancora completamente svelati dalle attività di indagine. E dei quali eclatante e sanguinoso segnale è stata la vicenda dell’omicidio Fortugno e di tutto quanto emerso attraverso le relative indagini. E analoghe considerazioni possono valere per il capoluogo”.

Avete letto bene? Capitali illimitati che comprano tutto. A partire dalla politica.

CARA GIOVANNA FRONTE, CARA DORIS LO MORO…

Caro Antonino Monteleone, cara Giovanna Fronte, che proprio oggi ha lasciato un bel commento al mio ultimo post ricordando la storia di Gaetano Ruello, si rassegni, rassegnatevi, la Calabria è persa. Per sempre? Non lo so ma temo per molto tempo.

E cara, carissima Doris Lo Moro, tra i pochissimi politici calabresi che stimo, voglio lasciare a te l’ultimo pensiero. Un pensiero analogo a quello che ho rivolto a quel membro della segreteria del Pd che il 2 febbraio 2010, a Caposuvero, mentre il tuo partito mandava in scena l’ennesima pagliacciata, mi ha mandato alle 19.42.07 il seguente messaggio: “Gli eventi giudiziari ci stanno ricompattando”. Fantastico!

Cara Doris, sul Quotidiano della Calabria di oggi, 7 febbraio, hai scritto dei colori grigi della tua terra. In un lungo e splendido articolo, sul finire hai scritto: “Si salverà la Calabria? Un giornalista che stimo, dopo aver letto la mia nota di solidarietà a Callipo per le minacce subite, mi ha mandato un messaggio: “E’ tutto inutile, le elezioni di marzo saranno il funerale della Calabria”. Ho sofferto nel riceverlo perché anch’io sento che la situazione è veramente difficile. Ma non intendo né morire né vedere morire la speranza senza oppormi. E’ per questo che rimango ostinatamente ottimista ed operosa. Intanto, per fare i conti in tempi di pace con la mia coscienza, so di poter dire che dovessi un giorno trovarmi a dover scegliere tra il futuro della Calabria e le cose che mi sono care, a partire dall’appartenenza al Pd nel quale ho sempre creduto, non ho dubbi sul fatto che sceglierei la Calabria. Forse è il momento per noi calabresi di rinunciare a qualche piatto di lenticchie e pagare qualche prezzo ma di garantirsi con le proprie scelte libere un futuro dignitoso per la propria terra, per se stessi e per i propri figli. E’ o no la dignità una qualità con cui si misura una persona e una comunità? Dobbiamo tornare ad essere tutti meno rassegnati, più capaci di indignazione e di impegno e più dignitosi”.

Quel giornalista che ti ha scritto quella frase sono io. La ribadisco e svelo anche la seconda parte del messaggio che ti ho inviato: “fino a che fai in tempo, manda lontano i tuoi figli dalla Calabria”.

E’ ciò che penso. Oggi più di ieri e domani più di oggi.

Il 28 e il 29 marzo si celebreranno i funerali della Calabria. Comunque andrà a finire, chiunque vincerà, sarà un ignobile tripudio. E se, come sembra, le liste continueranno da una parte e dall’altra (senza dimenticare le liste di Pippo Callipo) a essere costituite con gli attuali criteri, se gli indagati, gli inquisiti o anche solo le persone moralmente disgustose ma dalla fedina penale immacolata solo perché nessuno è mai riuscito a incastrarli, continueranno a governare le vostre istituzioni, i partiti, il Pd, l’Udc e il Pdl (e tutti, tutti voi ne conoscete nomi e cognomi) ti dico di più: il prossimo consiglio regionale batterà ogni record, avviandosi ad un en plein. L’en plein degli indagati e condannati (per carità: grazie alla prodigiosa parte della magistratura calabrese, molti saranno resi nuovamente vergini. Un imene giudiziaria pronta a essere infranta e ricostruita a piacere).

Buona fortuna Calabria. Doris (e le tante Doris che continuano a morire per la loro terra) dammi, datemi retta. Allontana i tuoi figli. Non meritano di essere governati così. Ieri, oggi e domani. Non lo meritano perché sono giovani e i loro coetanei a cui tu ti rivolgi nell’articolo – salvo eccezioni come quella di Antonino – nella vostra regione dormono, si girano dall’altra parte o colludono. Come voi politici. Come noi giornalisti.

Dove sono i giovani del Pd che hanno permesso lo scempio di un partito in mano da sempre agli stessi tromboni, molti dei quali talmente disgustosi che non li avvicinerei neppure con una canna da pesca? Ma come fai a stingere loro la mano Doris? Dove sono i giovani della società civile che non sono scesi in strada né quando è stato arrestato Condello (il Provenzano calabrese) né quando i magistrati e la Procura sono stati presi di mira? E dove sono i giovani della Chiesa? Sono tutti nell’Opus Dei? Siamo freschi allora! Sparito Monsignor Bregantini da Locri, sono spariti i prelati di riferimento se si fa eccezione per Don Pino De Masi e qualche altro. Dove sono i giovani del Pdl e dell’Udc lo so: a dare il benvenuto a Enzo Sculco e compagnia!

Scappate figli di Doris e con loro scappino dalla Calabria tutti i giovani sani e puliti. La maggioranza?

r.galullo@ilsole24ore.com

ROSARNO, UN INTELLETTUALE CONTRO LA 'NDRANGHETA: STORIA DI PEPPE VALARIOTI


di Danilo Chirico e Alessio Magro

da il manifesto del 07/02/2010


Un intellettuale comunista contro la 'ndrangheta. A Rosarno, storia di Valarioti ucciso 30 anni fa

Il Pci vinse le elezioni e le 'ndrine sconfitte si vendicarono uccidendo il segretario della locale sezione, appena due giorni dopo il voto. Con lui, due passi indietro, c'era Peppino Lavorato, ancora oggi memoria storica della sinistra nella Piana di Gioia Tauro

LA SCHEDA
Giuseppe Valarioti è nato a Rosarno il 14 febbraio 1950. Era un professore di lettere con la passione per l’archeologia. Giovane intellettuale, Peppe aveva partecipato alle lotte per il lavoro e s’era opposto alla speculazione edilizia. A poco più di 25 anni scelse la strada della politica attiva e l’impegno anti-‘ndrangheta. È stato consigliere comunale e segretario del Pci di Rosarno in un periodo di grandi tensioni sociali nel quale lo scontro con le cosche era durissimo. È stato assassinato nella notte tra il 10 e l’11 giugno del 1980, all’uscita di una cena dopo la vittoria alle elezioni. Aveva trent’anni. Il suo omicidio non ha colpevoli. I testi in queste pagine sono una parte del lavoro dell’associazione daSud onlus, impegnata a scavare nella memoria del Mezzogiorno, alla ricerca delle storie della “meglio gioventù”. Confluiranno in un libro di Danilo Chirico e Alessio Magro sulla storia di Valarioti che uscirà in primavera. Il materiale è stato raccolto grazie all’archivio Stopndrangheta.it.

LA STORIA
Aveva trent'anni e trent'anni fa è stato ammazzato. Due colpi di lupara per soffocare la speranza. È stata la 'ndrangheta a uccidere Giuseppe Valarioti, l'11 giugno del 1980. La vittoria del Pci alle elezioni era la sconfitta delle 'ndrine. Ecco che i capobastone della Piana hanno alzato il tiro sul segretario della sezione comunista di Rosarno.

Se non siamo noi, chi lo fa?

Di famiglia contadina, Peppe Valarioti è cresciuto tra i libri e il lavoro in campagna. Gli piaceva studiare, coltivare i suoi interessi culturali. Laureato in Lettere classiche a Messina, è rimasto presto folgorato dal fascino di Medma, l'antica Rosarno magnogreca. Gli scavi, gli scritti, le ricerche, il confronto intellettuale. Una grande passione, che presto passa in secondo piano. La Piana è terra di disoccupazione giovanile, di grandi speculazioni, di emigrazione, di 'ndrangheta e affari sporchi. «Questo schifo è anche colpa nostra. E se non siamo noi a batterci chi lo fa?» diceva sempre agli amici. Ecco che Valarioti decide di scendere in campo, con il Pci. Peppe riesce a parlare ai giovani, in un paio di anni prenderà in mano il partito e lo rinnoverà con grande energia.

La rivincita

La tornata elettorale dell'8 e 9 giugno 1980 è decisiva. Nel 79 il Pci ha perso alle amministrative, a vantaggio del Psi, che governerà con la Dc. «Estorsione mafiosa del voto» la chiama Peppino Lavorato, padre politico di Valarioti e icona dell'antimafia sulla Piana. Le cosche hanno imposto i loro candidati. La strategia del Pci muta: attaccare i capi e parlare alle famiglie dei giovani. Perché per loro una speranza c'è ancora. Sfondano i comunisti a quelle elezioni del 1980 per il rinnovo dei consigli regionale e provinciale. Sfondano nonostante la 'ndrangheta metta in campo tutto quello che ha. Addirittura, fuori dai seggi si vede don Peppe Pesce in persona, in permesso dal soggiorno obbligato - prolungato ad arte per settimane - per la morte della madre.

L'ultimo giorno

Nel primo pomeriggio del 10 giugno, Lavorato è ancora in pigiama quando accoglie Valarioti. Un caffè, poi subito a lavoro. I primi risultati si conoscono verso le 4. È un successo: Lavorato è riconfermato consigliere provinciale, Fausto Bubba andrà in consiglio regionale. In sezione l'euforia è alle stelle. Di fronte c'è la sede del Psi, i volti sono scuri. Sembra restare fuori (ce la farà con i resti) il candidato del Psi Mario Battaglini. Una soddisfazione in più. Spontaneamente un gruppone di 40 comunisti parte per un corteo spontaneo verso il quartiere Corea - un nomignolo dispregiativo - che è riserva di voti del Pci ma anche il feudo della famiglia Pesce. Urla, canti, pugni chiusi, poi a pochi passi dalla casa del don 'ndranghetista, Lavorato e Bubba intimano l'alt, per evitare le provocazioni. Qualche frizione è inevitabile, esplode un battibecco con una donna del casato rosarnese: «Arrivano i porci». Nessuno ci fa caso, in quel momento. La festa continua. E arriva l'idea della cena: «Compagni ce la meritiamo» dice Valarioti. Qualcuno ascolta attento i discorsi dei comunisti, appoggiato alle pareti del bar di fronte.

La cena

Al ristorante La Pergola, sulla strada per Nicotera, è tutto pronto per accogliere i vincitori. Si mangia tanto e si innaffia tutto col vino buono. Si sprecano gli evviva e le storie divertenti. «Compagni abbiamo vinto», enfatizza Peppino Lavorato alzando il suo bicchiere. Poco dopo la mezzanotte pagano il conto. Valarioti esce dal ristorante per primo, due passi indietro c'è Lavorato. Peppe non fa in tempo ad aprire lo sportello, due fucilate cariche di vendetta lo investono in pieno. Sanguina e si lamenta la speranza della Piana. «Aiuto cumpagni, mi spararu». Quel sangue caldo Lavorato ce l'ha ancora sulle mani, sulla faccia, sui vestiti. Lo ha tenuto stretto durante il viaggio disperato verso l'ospedale di Rosarno. Ma non c'era più nulla da fare. Resta quell'ultimo sguardo che è una promessa, «non ci fermeremo».

La campagna elettorale del 1980

In quel 1980 i manifesti del Pci non li strappavano né li coprivano. Li capovolgevano. Non è la stessa cosa, affatto. Vuol dire: ti colpisco quando voglio. Ma i comunisti quella campagna la vivono da protagonisti. Due, tre, quattro, cinque comizi volanti ogni sera. Fa nomi e cognomi Peppino Lavorato. La tensione sale, la situazione precipita. I mafiosi non stanno a guardare. E in una notte di fuoco mandano in fumo l'auto di Lavorato e provano a incendiare la sezione comunista. «Se qualcuno pensa di intimidirci si sbaglia di grosso, i comunisti non si piegheranno mai». Peppe Valarioti lo dice con aria seria, aprendo quel 25 maggio il comizio in piazza dopo quell'affronto. Quello stesso giorno arriva in paese tutta la 'ndrangheta della Piana: è morta la madre di don Peppe Pesce.

Il Pci sotto tiro

La forza morale del Pci è immensa. E risiede in un semplice principio: mai cedere alla 'ndrangheta, mai tollerare la corruzione. Un principio praticato con determinazione, in quegli anni. Come tutte le grandi organizzazioni, spesso qualcosa sfugge. Ma l'intransigenza si manifesta nel colpire le mele marce: chi sbaglia non ha una seconda possibilità. Un'intransigenza che costa cara: come in Sicilia, anche in Calabria è il Pci a pagare un tributo di sangue nella lotta alla mafia. A Cittanova i giovani del Pci s'erano fatti carico del rinnovamento dopo l'omicidio del loro compagno Ciccio Vinci nel '76, a Gioiosa il sindaco Ciccio Modafferi insieme a tanti altri aveva difeso il paese e la memoria di Rocco Gatto, mugnaio assassinato per le sue denunce nel '77. Poi una nuova offensiva: l'omicidio di Valarioti e quello dell'assessore di Cetraro, in provincia di Cosenza, Giannino Losardo appena 10 giorni dopo. C'è un vero e proprio accerchiamento, partono anche le campagne di denigrazione («La morte di Valarioti? Questione di donne»). I funerali di Valarioti e Losardo sono grandi momenti di democrazia. A Cetraro arriva anche Enrico Berlinguer e annuncia che il partito non si sottrae alla battaglia.

Il comizio di Ingrao


È passato un mese dalla morte di Peppe. A Rosarno gli hanno già dedicato una piazza. È la sua piazza ed è già stracolma di gente quando arriva Pietro Ingrao. Sul palco un vecchio stanco aspetta il partigiano dei comunisti. È Pasquale Gatto, il padre di Rocco, giunto da Gioiosa per onorare la memoria di quell'altra vittima dell'anti-'ndrangheta. Tra la folla ci sono anche gli amici di Ciccio Vinci. L'emozione è alle stelle. Le storie della meglio gioventù calabrese si incrociano. E incrociano le delegazioni del Pci giunte da tutt'Italia. Sullo sfondo del palco giganteggia una litografia che raffigura Valarioti e riporta la sua frase epitaffio: «I comunisti non si piegheranno mai».
Il concetto di Ingrao è semplice: se hanno colpito noi possono colpire chiunque. La campana suona per tutti. Ma con una certezza: «Ci hanno ammazzato anche Antonio Gramsci! Ma noi siamo rispuntati più forti». Un lungo, commosso applauso. Il cammino dei rosarnesi riprende lungo le strade d'Italia, attraverso le feste dell'Unità che accolgono le parole commosse di Peppino Lavorato e sostengono una campagna di raccolta fondi. Rosarno deve avere una nuova Casa del popolo, e l'avrà. Intitolata a Valarioti.

Il presidio della libertà


Quando cala la tensione, i comunisti restano pochi, ma tengono aperta la sezione. Ogni giorno, per anni. Per dire che il Pci non è morto. Peppino, Rafele Cunsolo che è il nuovo segretario, Ninì, Peppe, gli altri sono lì a fare quadrato mentre in paese la gente ha paura e li evita come appestati. Da Roma arriva la chiamata: Peppino Lavorato diventa deputato. Gli anni volano e, dopo un mandato passato a battagliare a Montecitorio per la sua terra, torna a Rosarno. La nuova legge per l'elezione diretta dei sindaci è l'occasione giusta. Si candida, i rosarnesi lo premiamo per due volte consecutive. È una stagione di cambiamenti, in un contesto maledettamente difficile. E' tempo di beni confiscati e manifestazioni, di minacce e proiettili contro il Comune, della costituzione di parte civile di un comune contro le cosche in un processo civile (primo caso in Italia). È la stagione dell'accoglienza dei migranti, che ormai arrivano a centinaia sulla Piana. Una stagione troppo breve. Ma un seme, quello della "Calabria contro", che viene da lontano e che bisogna coltivare con passione e grande attenzione.

Il processo


Due sono le piste battute al processo Valarioti, in parte sovrapposte: quella della Cooperativa Rinascita (il consorzio di agrumicoltori guidato dal Pci) e quella della campagna elettorale dell'80. Nel mirino la cosca Pesce, a partire dal patriarca don Peppino. Valarioti, già nel gennaio dell'80, aveva contestato la gestione della coop (guidata dal cugino Antonio), imponendo una verifica sul meccanismo dei contributi pubblici. Secondo l'accusa (il pm Giuseppe Tuccio), la cosca Pesce imponeva bollette di pesatura gonfiate ed era riuscita a infiltrare la Rinascita. Ma è la tesissima campagna elettorale dell'80 a creare le premesse del primo omicidio politico-mafioso in Calabria. Valarioti continuava a sfidare le cosche. E la sua linea aveva vinto, e convinto. Serviva un segnale forte. Eclatante. Lo aspettano all'uscita dal ristorante quella notte dell'11 giugno, dopo la cena di festeggiamento per la vittoria alle elezioni, quando era insieme agli altri dirigenti del Pci. Colpirne uno per educarli tutti.
Pesce è stato assolto per insufficienza di prove dalla Corte d'assise di Palmi il 17 luglio 1982. Poi il silenzio. Fino al colpo di scena del dicembre del 1983, quando a parlare è Pino Scriva. Il "re delle evasioni", famigerato 'ndranghetista di San Ferdinando, è il primo grande (e non unico) pentito della 'ndrangheta. Secondo Scriva, dietro l'omicidio Valarioti ci sarebbe la decisione della cupola della Piana. Le rivelazioni di Scriva hanno portato ad ergastoli e centinaia di anni di carcere. Eppure l'inchiesta-bis sull'omicidio Valarioti nel 1987 si è conclusa con un buco nell'acqua. Nel 1990, la Corte d'assise d'appello lascia il delitto avvolto nel mistero.

Un paese imploso


Come nella Tebe di Laio, Giocasta ed Edipo, il sangue versato è una maledizione che si abbatte sull'intera comunità. L'unica soluzione è esiliare i colpevoli. Ma ciò a Rosarno non è avvenuto, non ancora. È una metafora che spiega l'origine di quella Rosarno che tutti abbiamo visto nelle immagini della "caccia al negro". Il paese del grande movimento contadino del dopoguerra ridotto al silenzio, nelle mani della 'ndrangheta. Che il delitto del dirigente comunista, ancora impunito, sia all'origine di questa implosione? Quel che è certo è che questo Paese non ha saputo garantire giustizia neppure a un giovane e trasparente eroe dell'anti-ndrangheta come Peppe Valarioti. È da qui che bisogna ripartire. Con la memoria e l'impegno.

07 febbraio 2010

Todos somos Marcos

Marcos è gay a San Francisco, nero in Sudafrica, asiatico in Europa, chicano a San Isidro, anarchico in Spagna, palestinese in Israele, indigeno nelle strade di San Cristóbal, ragazzino di una gang a Neza, rocker a Cu, ebreo nella Germania nazista, ombudsman nella Sedena, femminista nei partiti politici, comunista nel dopo Guerra fredda, detenuto a Cintalapa, pacifista in Bosnia, mapuche nelle Ande, maestro nella Cnte, artista senza galleria o cartelle, casalinga un sabato sera in qualsiasi quartiere di qualsiasi città di qualsiasi Messico, guerrigliero nel Messico della fine del XX secolo, scioperante nella Ctm, reporter di note di riempimento nelle pagine interne, maschilista nel movimento femminista, donna sola nella metro alle 10 di sera, pensionato annoiato nello Zócalo, contadino senza terra, editore marginale, operaio disoccupato, medico senza impiego, studente anticonformista, dissidente nel neoliberismo, scrittore senza libri né lettori e, certamente, zapatista nel sud-est messicano. Marcos è tutte le minoranze rifiutate e oppresse, resistendo, esplodendo, dicendo "¡Ya basta!" – Ora Basta! Tutte le minoranze nel momento di parlare e maggioranze nel momento di tacere e sopportare. Tutti i rifiutati cercando una parola, la loro parola, ciò che restituisca la maggioranza agli eterni frammenti, noi. Tutto ciò che dà fastidio al potere e alle buone coscienze, questo è Marcos. E, per questo, tutti noi che lottiamo per un mondo diverso, per la libertà e l'emancipazione dell'umanità, tutti noi siamo Marcos. (comunicato 28 maggio 1994)

06 febbraio 2010

Spot per sport

Anche la propaganda dovrebbe mantenere dei limiti. Basta guardare lo spot originale di Carl Fiorina, ex presidente della Hewlett Packard, candidato alle primarie repubblicane per il seggio senatoriale della California. Talmente brutto che la parodia con la musica dei Pink Floyd lo riabilita, restituendogli credibilità.

02 febbraio 2010

Quelle operazioni anomale per la «new town» di Silvio

di Claudia Fusani dall'Unità

E così la memoria carsica di Massimo Ciancimino ha consegnato ieri in un’aula di tribunale un’ulteriore verità: soldi di mafia sono stati consegnati alle immobiliari che costruirono Milano 2, il centro residenziale di 712 mila metri quadrati di appartamenti, la casa per 14mila persone, verde, parchi e spazi per il tempo libero. Il primo modello new town. Una rivoluzione per l’urbanistica. Un’oasi di lusso e abbondanza all’americana in un’Italia in piena crisi economica. Ora il problema è che Milano 2, dicono le cronache, è stata costruita da due società immobiliari, Edilnord e Italcantieri, che nei primi anni settanta portarono il giovanotto prodigio Silvio Berlusconi a diventare «il re del mattone».

Torna oggi, anni dopo, la questione di sempre e mai risolta: da dove arrivano i soldi con cui Berlusconi ha potuto avviare la sua fortuna? Domanda che già i giudici del tribunale di Palermo, durante il primo processo Dell’Utri hanno provato a porre al Presidente del Consiglio che però, consigliato dai suoi legali, ha sempre preferito avvalersi della facoltà di non rispondere.
In assenza delle versione del diretto interessato la procura di Palermo ha cercato la risposta in perizie ed indagini. Fondamentale resta quella prima firmata (1999) e poi in parte ritrattata (nel 2007 in modo assai curioso) dal suo stesso estensore, il perito della Banca d’Italia Francesco Giuffrida. Giuffrida, all’epoca vicedirettore della filiale palermitana di Bankitalia, impiega più di un anno di lavoro per ricostruire i flussi finanziari delle società denominate Holding 1 e su fino alla 22, il busillis di matrioske che fanno capo al gruppo Berlusconi. Il perito, in quella relazione, rintraccia moltissime operazioni che giudica «anomale». Ad esempio: 113 miliardi di lire negli anni settanta (circa 308 milioni di euro) sono flussi «di provenienza non identificabile». Così come non è mai stato chiarito da dove siano arrivati gli otto miliardi che nell’aprile del 1977 Berlusconi versò in un colpo solo nel capitale sociale della sua Fininvest srl che passò all’improvviso da 2,5 a 10,5 miliardi. Una magia.

Nanni Moretti ne «Il Caimano» racconta questo buco nero con una pioggia di soldi che irrompe all’improvviso dal cielo sulla testa del Caimano-Berlusconi. Il mistero è lo stesso, da sempre, e puntuale ritorna. Ancora prima del versamento prodigio di otto miliardi nel 1977, non è mai stata chiarita neppure l’origine finanziaria delle primissime società del Cavaliere, la «Cantieri Riuniti Milanesi di S.Berlusconi e P.Canali» (1961), la «Edilnord sas» (1963), la «Edilnord Centri Residenziali di Lidia Borsani & c» (1968). E qui occorre aprire un’altra finestra sui misteri del Cavaliere: la Banca Rasini, monosportello dell’alta borghesia milanese in piazza Mercanti. Luigi Berlusconi, il padre di Silvio, è stato direttore dell’istituto dal 1957 al 1973. Ed è attraverso garanzie e fideiussioni di soci e clienti della banca che rinviano a fiduciarie svizzere e nel Liechtenstein, che il giovane Berlusconi riesce a trovare i primi finanziamenti per le sue avventure immobiliari. È stato lo stesso Carlo Rasini, primo e decisivo finanziatore di Berlusconi, a sollevare dubbi su almeno il «venti per cento del primo capitale Fininvest» (in «Le gesta del Cavaliere» di Carlo Modron). A proposito della Rasini, poi assorbita dalla Popolare Lodi (1991) e con questa finita per sempre, va anche ricordato che nei primi anni ottanta un’indagine della Criminalpol arrestò funzionari, dirigenti e correntisti con l’accusa di riciclaggio.

I correntisti erano i colletti bianchi di Cosa Nostra a Milano. Lo sportello al nord dei clan Fidanzati, Bono e Gaeta era proprio la piccola banca di piazza Mercanti.

P.s. Guarda caso il Pdl sta preparando un ddl per impedire che le dichiarazioni dei pentiti abbiano valore di prove se non coincidenti tra loro, ad uso interno, norma che potrebbe servire a Berlusconi (e a Dell'Utri) per disinnescare le dichiarazioni di Spatuzza sulla nascita dell'impero del Cavaliere con i soldi della Banca Rasini/Edilnord fino alla stagione delle bombe che precedette il lancio di Forza Italia. I soliti sospetti dei maliziosi. Nulla avviene per caso.